sabato 16 febbraio 2013

La favola di Psiche - 3° Notte

Frattanto la coppia delle sorelle, tra loro unite da un patto, senza neppure vedere il padre e la madre, sbarca dalla nave e di corsa si precipita per la via più breve alla rupe in questione; e qui esse non attendono neppure che il vento le porti a destinazione, ma addirittura con sfrenata temerità si lanciano nel vuoto. Zefiro, che ricordava bene l’ordine del suo signore, pur a malincuore le accolse nel grembo della brezza che spirava nel cielo, e le depose poi sul terreno.
Esse, senza indugio, si avviano a rapidi passi, entrano nel palazzo e abbracciano la loro preda. E, coprendo col falso nome di sorelle e con la letizia del volto lo scrigno di frodi che è sepolto nel loro cuore, così l’accarezzano con frasi d’adulazione:
"O Psiche, tu non sei più la fanciulla di prima: sei già una madre. Non sai quanto bene ci rechi con questa tua piccola rotondità! Quanta gioia donerai a tutta la nostra famiglia! Immagina la nostra contentezza, quando potremo allevare questo fanciullo meraviglioso. Egli, se eguaglierà, come è da attendersi, la bellezza dei genitori, sarà alla sua nascita un secondo Cupido".
Così, fingendo di esserle affezionate, un po’ alla volta prendono piede nell’animo della sorella. Subito Psiche offre da sedere, fa preparare il caldo lavacro d’un bagno, perché possano ristorare le loro forze stanche per il viaggio, e fa imbandire riccamente la tavola con vivande e intingoli raffinati e straordinari. Dà ordine che la cetra elevi la sua voce, e le corde vibrano; che i flauti echeggino, e si innalza la loro melodia; che i cori cantino, e si odono canzoni corali. Così, senza che appaia nessuno, soavissimi concenti empiono di dolcezza l’animo degli uditori.
Eppure, la smania perversa delle due femmine infami non si calmò neppure all’udire quelle canzoni dolci come il miele; ma esse dirigono il discorso verso l’insidioso tranello che hanno ordito, e ipocritamente cominciano a domandarle chi sia il marito, dove sia nato e da qual ambiente provenga.
A questo punto Psiche, troppo ingenua, non si ricorda più delle sue precedenti risposte, ma inventa una nuova storia, e cioè che suo marito è originario d’una provincia vicina, che è un banchiere fornito di grandi capitali, che si avvicina già alla mezza età, che ha i capelli radi e brizzolati. Poi, senza soffermarsi troppo sul discorso, di nuovo riempie le sorelle di splendidi doni, e le affida al vento che le riporti indietro.
Mentre esse, levate in alto da Zefiro col suo placido soffio, tornano a casa, così parlottano tra loro. E l’una fa: "Che dire, sorella mia, delle enormi bugie di quella svergognata? Una volta è un giovanotto che si adorna la barba da poco fioritagli sul volto, un’altra volta è un uomo di mezza età con i capelli bianchi come la neve. Chi è, dunque, costui a cui, in men che non si dica, d’improvviso, la vecchiaia ha dato una nuova forma? Sorella mia, non c’è altra spiegazione! Codesta disgraziatissima donna o fabbrica bugie o non conosce com’è fatto il marito; ma, qualunque sia la verità, noi dobbiamo al più presto farla scacciar fuori da tutta questa magnificenza. Se poi ignora veramente il volto di suo marito, di certo il motivo è che ha sposato un Dio; per cui, ora che è gravida, porta un Dio nel seno. Per conto mio, se si spanderà la fama che costei è madre di un divino fanciullo (il ciel non voglia), immediatamente mi impiccherò a un nodo scorsoio. Perciò, torniamocene per ora dai nostri genitori e tessiamo un’insidia che vada d’accordo con quanto dicemmo all’inizio".
In tal maniera, ardenti di gelosia, salutano appena i loro genitori; e dopo una notte passata nel fastidio dell’insonnia, si precipitano alla rupe, da dove, col solito aiuto del vento, scendono giù a volo. Stringendo le palpebre, si costringono a versar lacrime e rivolgono alla giovane questo scaltro discorso:
"Tu sei felice, è certo: nell’ignoranza della tua grande sciagura, te ne vivi beata e non prevedi il pericolo che ti minaccia; ma noi, che vegliamo giorno e notte sulla tua felicità, ci tormentiamo per le tue disgrazie. Lo abbiamo infatti appreso da fonte sicura e non possiamo, noi che naturalmente ci sentiamo partecipi del tuo doloroso caso, nasconderti il fatto: un gigantesco serpente dalle molteplici spire, che trasuda veleno mortale dal collo e spalanca la gola profonda, riposa, senza che tu te n’accorga, tutte le notti al tuo fianco: ricordati di quell’oracolo Pitico che ti proclamava destinata a nozze con un orribile animale. Molti contadini e abitanti dei dintorni lo hanno visto ritornare la sera dalla sua pastura e traversare a nuoto le acque del vicino fiume.
Tutti sono del parere che esso non ti riempirà a lungo con quei cibi che ti offre per tenerti buona, ma che appena, al termine della gravidanza, il tuo seno sarà maturo per il parto, allora ti divorerà, quando sarai carica di un frutto più pingue. Ora tu devi decidere se vuoi dar retta alle tue sorelle, che sono in ansia e hanno cara la tua vita, e, evitando la morte, vivere assieme a noi al sicuro da ogni pericolo, oppure lasciarti seppellire nelle viscere di un ferocissimo animale. Potrebbe anche darsi che tu ti compiacessi di questa campagna deserta, abitata da voci, o che provassi gusto nell’amore clandestino d’un velenoso serpente con le sue schifose e pericolose intimità; ma noi, da sorelle affettuose come siamo, avremo compiuto il nostro dovere."
Allora la povera Psiche, nella tenera semplicità dell’animo suo, cade in preda allo spavento, dinanzi a così spiacevoli notizie. Non è più padrona della propria mente, perde ogni ricordo delle avvertenze del marito e delle promesse da lei fatte, e si lascia cadere nell’abisso della sciagura. Trema tutta, e livida in volto, come priva di sangue, con la bocca semiaperta, interrompendosi ogni tre parole, mormora con voce fioca:
"Voi, sorelle carissime, adempite per l’appunto, com’era giusto, quel dovere che vi impone l’affetto; ma anche quelli che vi hanno informato mi pare che dicano la verità. In effetti, io non ho mai visto il volto del mio uomo, e neppure so da qual terra egli venga; ma devo sopportare un marito che mi parla solo di notte e bisbigliando, di cui non conosco la condizione, e che è assolutamente nemico della luce del sole. Con ragione voi affermate che è una fiera, ed io sono pienamente d’accordo con voi: egli, infatti, in ogni maniera cerca di spaventarmi affinché io non lo guardi, e mi minaccia un’atroce punizione, se avrò la curiosità di vedere il suo volto. Ora, se voi potete recare un valido soccorso alla sorella vostra che si trova in pericolo, fatelo senza indugio. Altrimenti, la noncuranza guasterebbe in seguito i benefici che mi avete recato con il vostro zelo previdente."
A questo punto le due scellerate donne trovano ormai aperta la porta per penetrare senza ostacolo nell’animo della sorella. E, levata ogni mascheratura alla macchina dell’inganno, snudano la spada della furberia e, profittando dello sgomento dell’ingenua giovane, ne irretiscono l’animo.
Così conclude la seconda sorella:
"Poiché il vincolo della comune origine ci induce, pur di salvarti, a non badare a rischi o pericoli, ti indicheremo la via, la sola che, secondo noi, dopo lunghe e mature riflessioni, conduca alla salvezza. Prendi un rasoio taglientissimo e, dopo d’averlo ben affilato ripassandolo sul palmo della mano, nascondilo furtivamente nel letto dalla parte dove hai l’abitudine di dormire. Riempi poi d’olio una lucerna che dia una luce chiara, e riponila in un pentolino col coperchio ben chiuso; ma tutti questi preparativi stai attenta a dissimularli nel più gran segreto. Il serpente, trascinandosi con la sua sinuosa andatura, salirà sul letto al solito posto, vi si stenderà e, schiacciato sotto il fardello del primo sonno, comincerà a dormire, respirando profondamente. Allora tu lasciati scivolare giù dal letto; scalza, in punta di piedi, accostati cautamente ed estrai la lucerna rinchiusa nelle tenebre della sua cieca prigione. Prendi poi a consigliera la luce, e cogli il momento favorevole alla tua coraggiosa impresa: con l’arma a doppio taglio che tu sai, dopo aver ben levato in alto la destra, vibra audacemente un colpo deciso e taglia al nefasto serpente il nodo che unisce il capo alla nuca. Il nostro aiuto non ti mancherà: noi staremo sollecitamente all’erta, e quando tu, uccidendo lui, avrai assicurato a te la vita, verremo qui di volata. Ti aiuteremo allora a portar subito via tutte codeste ricchezze e cercheremo per te, che sei una creatura umana, uno sposo conforme ai tuoi voti, un uomo anche lui."
Così, dopo avere appiccato l’incendio con le loro parole nel cuore della sorella, la lasciano già tutta sconvolta. Esse, invece, temendo non poco persino il trovarsi vicino a così grave delitto, si fanno deporre sulla rupe dal solito soffio sulle ali del vento. Di qui fuggono velocemente, s’imbarcano sulle navi e si allontanano. Ma Psiche, rimasta sola (e sola non è, se si considerano le Furie nemiche che la tormentano), nella sua angoscia è sconvolta come le onde che ribollono nel mare. Benché la risoluzione sia presa e l’animo fermamente deciso, tuttavia ancora adesso che sta per porre mano al delitto, ella esita, vacilla e si lascia trascinare qua e là dalle varie passioni che le ispira la sua disgrazia. A volta a volta decide e rimanda, ha coraggio e paura, si abbandona alla sfiducia e all’ira; e in conclusione, nel medesimo corpo, ha ribrezzo dell’animale, ma ama il marito. Finalmente, al cader del sole, sul far della notte, in fretta e furia esegue i preparativi del nefando delitto. Viene la notte, lo sposo giunge e, dopo aver sostenuto una prima prova nelle lotte di Venere, cade in un sonno profondo.
Allora Psiche, che per natura era debole d’animo e di corpo, si sente riavere, poiché il destino crudele la provvede di nuovo vigore. Scopre dunque la lucerna e afferra il rasoio, e la debolezza del suo sesso si muta in audacia.
Ma appena la luce si offerse a rischiarare l’intimità del letto nuziale, essa vede la più tenera e la più dolce di tutte le belve: proprio Cupido in persona, il leggiadro Dio, che leggiadramente riposava. Solo al vederlo, persino il chiarore della lucerna brillò più forte per la gioia e il rasoio provò rammarico per il filo sacrilego della sua lama. Ma Psiche rimase invece atterrita, alla vista del prodigio; fuori di sé, tutta pallida, stette per venir meno, e tremando si lasciò cadere giù sulle ginocchia. Volle nascondere il rasoio (ma intendiamoci, nel proprio petto!) e l’avrebbe fatto di certo se il ferro, per il timore di un tal misfatto, non fosse scivolato e sfuggito giù dalle mani dell’imprudente. E se prima ella era stanca e spossata da morire, ora, contemplando senza mai saziarsi la bellezza del volto divino, si sentiva riavere. Ella mira il biondo capo e l’abbondanza dei capelli umidi d’ambrosia; sul collo bianco come il latte e sulle guance rosate ella vede le ciocche dei capelli distribuirsi ed allacciarsi graziosamente, in modo che le une coprono la fronte e le altre la nuca, facendo impallidire, con lo splendore lucente che irraggiavano, persino il chiarore della lucerna. Sugli omeri dell’alato Dio le bianche ali brillavano come fiori luccicanti di rugiada e, sebbene giacessero in stato di riposo, le loro piume molli e delicate palpitavano tremule con capricciosa irrequietezza. E tutto il resto del corpo era liscio e splendente, e tale, insomma, che Venere può ben vantarsi d’essergli madre. Al piedi del letto erano stesi l’arco, la faretra e le frecce, armi propiziatrici del possente Dio.
Psiche, curiosa com’è, non è mai sazia di esaminare e di maneggiare questi oggetti. E mentre ammira le armi dello sposo, toglie dalla faretra una freccia e col dito pollice va provando la punta; senonché, col premere troppo il dito che ancora tremava, si punse profondamente, sicché alcune goccioline del suo roseo sangue stillarono sull’epidermide. Così Psiche, ignara, spontaneamente cadde nell’amorosa rete di Amore.
Poi, siccome sempre più ardeva di desiderio per Cupido, china su di lui lo contemplava perduta in estasi, e sua unica preoccupazione, nel dargli in fretta i suoi baci avidi e appassionati, era che si destasse. Ma mentre nel turbamento di una felicità così grande la sua mente vacilla per la ferita d’amore, la lucerna, sia che ve la spingesse una malvagia perfidia o una colpevole gelosia, sia che anch’essa bramasse di toccare e baciare quasi un tal corpo, lasciò cadere dalla sua fiamma lucente una stilla d’olio bollente sopra la spalla destra del Dio.
Ahimè! Audace e sfrontata lucerna, vile ancella dell’amore! Tu vorresti bruciare colui che è proprio il Dio d’ogni fuoco, quando sai bene che proprio un qualche amante ti ha scoperto per primo, per godere più a lungo, anche di notte, dell’oggetto del suo desiderio.
Sentendosi scottare, il Dio balzò in piedi e vide la sua fede tradita e oltraggiata. Immediatamente volò via, senza dire una parola, sottraendosi ai baci e agli abbracci dell’infelicissima consorte.
Ma Psiche, mentre egli si alzava, era riuscita ad afferrarsi con ambo le mani alla gamba destra del Dio. Divenuta una miserevole appendice, nell’aerea ascensione accompagnò penzoloni lo sposo per la regione delle nuvole, sinché sfinita ricadde al suolo. Però l’amante divino non l’abbandonò giacente sul terreno, ma volò sopra il cipresso più vicino, e lì, dalla vetta, profondamente turbato, le rivolse la parola:
"Proprio io, o troppo ingenua Psiche, ho trascurato gli ordini di mia madre Venere. Io avevo ricevuto il comando di farti innamorare di un uomo vilissimo e di condannarti a un umilissimo matrimonio, e invece proprio io sono volato da te in veste di amante. Ho peccato di leggerezza, lo so; il famoso arciere si è da sé stesso colpito, col suo stesso arco. E ti ho fatto mia sposa perché tu credessi che io fossi una belva e ti sentissi in dovere di tagliarmi il capo! Eppure, esso reca questi occhi che ti adorano! Eran questi i pericoli da cui spesso ti consigliavo di guardarti, questi i miei benevoli avvertimenti... Ma le esimie tue consigliere ben presto mi pagheranno il fio del loro nefasto insegnamento; in quanto a te, bastevole punizione, sarà lo starti lontano."
E mentre finiva di parlare, si alzò a volo verso il cielo.
Ma Psiche, prostrata a terra, seguì con l’occhio, sin dove arrivò con la vista, il volo dello sposo, e intanto si affliggeva con i più straziati lamenti. E quando lo sposo, portato via dal battito delle sue ali, si fu sottratto per la distanza al suo sguardo, Psiche corse a gettarsi giù a capofitto per la riva del vicino fiume. Ma il fiume, pietoso (e per rendere omaggio, certo, al Dio che suole appiccar l’incendio anche alle acque) temendo per se stesso si affrettò a trarla in salvo attraverso i suoi gorghi e la depose sulla riva smaltata d’erbe e di fiori.
In quell’istante, Pan, il Dio dei campi, casualmente sedeva sull’orlo del fiume e abbracciava Eco, la ninfa dei monti: voleva insegnarle a cantare le canzoncine più svariate; mentre, vicino alla riva, le capre, intente al pascolo, saltellavano qua e là e brucavano le erbe che orlavano la corrente. Quel Dio che somiglia a un caprone chiama benignamente Psiche, disfatta dall’angoscia (egli del resto sapeva la disgrazia toccatale), e così cerca di calmarla, parlandole dolcemente:
"Vezzosa ragazza, io sono un Dio che s’intende solo di campi e di pecore, ma grazie alla mia età avanzata ho il vantaggio d’una lunga esperienza. Ora, se colgo nel giusto (e questa facoltà i veramente esperti la chiamano divinazione), dalla tua andatura incerta, dai tuoi passi spesso vacillanti, dal livido pallore della tua figura, dai continui sospiri e soprattutto da quei tuoi occhi cerchiati d’affanno, mi pare che tu ti tormenti per un amore disperato. Ascoltami, dunque, e rinunzia a porre fine ai tuoi giorni, gettandoti nuovamente in un precipizio, oppure ricorrendo a qualche altro genere di morte; smetti di piangere e di rattristarti, e piuttosto volgiti a Cupido e prega lui che è il più forte degli Dei. Siccome è un giovane schizzinoso e superbo, farai bene a sollecitare con omaggi e con lusinghe la sua simpatia."
Così parlò il Dio dei campi, e Psiche non rispose, ma si limitò a fare atto di adorazione verso il nume salutare e riprese il suo cammino. Dopo che ebbe errato tanto che si reggeva in piedi a fatica, seguendo un sentiero, giunse, senza saperlo, in una città in cui regnava il marito d’una delle sorelle. Quando Psiche ne fu informata, fece annunziare alla sorella il suo arrivo; appena introdotta, le due si abbracciano tra loro e si scambiano i saluti, poi la sorella le domanda il motivo della sua venuta, e Psiche così risponde:
"Ti ricordi del consiglio che mi avete dato? Mi persuadeste a uccidere con un rasoio a doppio filo la belva che, sotto le mentite spoglie di marito, giaceva la notte al mio fianco, prima che mi divorasse, me poverina, con la sua bramosa gola. Il consiglio mi piacque assai. Ma appena, con la complicità del lume, conobbi il volto suo, mi apparve un meraviglioso e davvero divino spettacolo: proprio il figlio della Dea Venere, Cupido in persona, ti dico, che tranquillamente dormiva. Fui commossa alla vista d’un bene così grande e sconvolta dall’eccesso del piacere, al punto di non riuscire ad accogliere completamente la mia gioia. Ma ecco che, per un infausto accidente, dalla lucerna sprizzò una goccia d’olio bollente sulla spalla del Dio. Egli subito si destò per il dolore, mi vide armata col ferro e col fuoco, ed esclamò: ‘Tu dunque stavi per compiere un delitto così efferato! In compenso vattene subito via dal mio letto e prenditi le cose tue. Io per conto mio voglio unirmi in matrimonio con tua sorella,’ e pronunciò il tuo nome di nascita, ‘secondo il rito religioso’. Dopo di che, subito ordinò a Zefiro di scacciarmi col suo soffio fuori dal recinto del suo palazzo."
Psiche non aveva ancora finito di parlare, che già la sorella era caduta preda degli aculei di un folle capriccio e d’una colpevole gelosia. Tosto spaccia al marito una bugia ben inventata lì per lì, che cioè aveva ricevuto la notizia della morte dei genitori, s’imbarca e si affretta ad andare alla rupe che sapete. Qui, benché il vento che soffiava fosse un altro, ella, nella cieca speranza di soddisfare il suo desiderio, esclamò:
"Amore, prendimi! Io sono una moglie degna di te! E tu, Zefiro, accogli la tua signora."
Così dicendo, compie un gran salto nel vuoto. Ma nemmeno da morta poté giungere nel luogo sperato: il suo corpo, infatti, si sfracellò, rimbalzando sulle rocce: così ella morì proprio nella maniera che meritava, e le sue carni, fatte a brani, offrirono un comodo pasto alle belve e agli uccelli da preda.
Il meritato castigo non tardò a raggiungere anche l’altra sorella. Infatti Psiche, nel suo errar senza meta, di nuovo giunse a un’altra città, nella quale dimorava in egual maniera l’altra sorella. Non diversamente dal la prima, anch'essa cadde nell'inganno di Psiche: e bramosa com'era di soppiantare la sorella e di celebrare empie nozze, si affrettò a correre sulla rupe, e ivi incontrò la morte.
Frattanto, mentre Psiche si aggirava sulla terra in ansiosa ricerca di Amore, il Dio, cui ancora bruciava la scottatura della lucerna, giaceva tra i gemiti nel letto stesso di sua madre.
Allora l’uccello dalle candide piume, il gabbiano, che vola con le sue ali rasente i flutti marini, rapido si immerse nel profondo grembo dell’Oceano. Qui si fermò vicino a Venere, proprio mentre ella si bagnava e nuotava, per informarla dell’accaduto. Il figlio suo, disse, s’era bruciato, ed ora si lamentava per il dolore di una grave ferita e giaceva a letto in gravi condizioni. Aggiunse che dappertutto, sulle bocche della gente, correvano chiacchiere e rimproveri di vario genere che erano indirizzati a tutta quanta la famiglia di Venere.
"Tutti si lagnano", esclamò, "perché tuo figlio se n’è andato a fare il libertino in montagna e tu ai bagni di mare. Di conseguenza, non esiste più né voluttà né grazia né garbo, ma ovunque trionfano la rozzezza, la grossolanità e la selvatichezza. Sono spariti l’amore coniugale, la comunanza tra gli amici, l’affetto per i figli; sono subentrati il sovvertimento d’ogni giusta regola e un molesto fastidio che porta a disprezzare ogni vincolo sociale."
Quell'uccello loquace e pettegolo rifischiava queste notizie alle orecchie di Venere e lacerava la reputazione del suo figliolo. Venere allora, con gran cruccio, esclamò:
"Dunque, quel bel tipo di mio figlio ha già un’amante? Suvvia, poiché tu solo mi servi con fedeltà, dimmi tu il nome di colei che ha sedotto un fanciullo così ingenuo e innocente. Voglio saperlo, sia che appartenga alla stirpe delle Ninfe o al corteo delle Ore o al coro delle Muse, oppure anche al seguito delle mie ancelle, le Grazie".
Non tacque, l’uccello ciarliero, ma disse:
"Non so con sicurezza, o mia signora, ma credo che la ragazza, se ben mi ricordo, si chiami Psiche. Dicono che egli ne sia profondamente innamorato."
Fu così tanto, allora, lo sdegno di Venere, che ella gridò con violenza:
"Davvero egli ama Psiche, la mia rivale in bellezza, l’usurpatrice del nome mio? Non ci sarebbe da meravigliarsi se quel mio rampollo mi giudicasse una mezzana: non crederà mica che gliel'abbia indicata per fargliela conoscere!"
Così strillando, in fretta ella scese fuori dal mare e si precipitò nella sua aurea stanza da letto, dove trovò, come aveva udito, il figlio a letto ammalato. Le sue urla risuonavano dinanzi alla porta già prima ch'ella entrasse:
"Hai compiuto una bella impresa! Proprio conveniente alla nostra famiglia e al tuo senno! Non solo hai calpestato gli ordini di tua madre (che dico! di colei che è la tua signora) ma anche, invece di ispirare alla mia nemica il tormento di un amore vilissimo, tu, un ragazzo così giovane, ti sei invischiato in un’unione che è dissoluta e sproporzionata alla tua età. O forse credevi che avrei tollerato una nuora che mi odia? O ritieni, fannullone, seduttore da strapazzo, ragazzaccio odioso, che tu solo sei capace di far razza e che io per l’età non posso più aver figli? Sappi dunque che io darò alla luce un altro figlio molto migliore di te. Anzi, perché tu senta maggiore scorno, adotterò qualcuno dei miei schiavetti di casa e gli donerò ali, fiamme, arco, le frecce anche, e tutto il repertorio che mi appartiene e che io ti avevo affidato non certo per questo uso. Infatti, in questo tuo corredo non v’è niente che provenga dai beni di tuo padre.
Il fatto è che sei stato male abituato sin dall'infanzia, che hai le unghie aguzze, che senza rispetto alcuno hai battuto tante volte i più vecchi di te. Persino tua madre, me stessa ti dico, la derubi ogni giorno, sacrilego ragazzo. Non solo, ma più volte m’hai percossa, e comunque mi disprezzi come se fossi una derelitta, e non hai paura neppure del tuo patrigno, quel grande e forte guerriero. E come no? Sei arrivato al punto di provvederlo più volte di ragazze, per tormentare me che sono la sua amante. Ma io farò in modo che tu ti penta di questi tiri e senta l’amaro gusto di codeste tue nozze.
"Eppure, ora che sono divenuta un oggetto di scherno, che posso fare? Dove andare? In che modo indurre all'obbedienza questa specie di ramarro? Dovrò chiedere aiuto alla mia nemica, la Temperanza? Ma io l’ho spesso offesa, proprio con la dissoluta condotta di questo mio figlio. Mi fa davvero ribrezzo, dover parlare con una donna rozza e trasandata; eppure, la soddisfazione che dà la vendetta non è da disprezzarsi, qualunque ne sia la provenienza. Devo proprio ricorrere a lei e a nessun’altra, poiché ella sola può infliggere una punizione seria a codesto disutilaccio. Occorre che ella gli vuoti la faretra, gli spunti le frecce, gli allenti l’arco, gli spenga la fiaccola, occorre anzi che riduca alla ragione lui stesso con i più energici rimedi. Solo allora, crederò che sia riparata l’ingiuria fattami, allorché ella gli avrà tagliato la chioma che sovente ho cosparso d’una cipria luminosa e del color dell’oro, e gli avrà spuntate le ali che ho bagnato di nettare nel mio seno."
Così parlò la Dea, e corse fuori furibonda, sprizzando una collera degna di Venere. In quell'istante  Cerere e Giunone la raggiunsero, e, vistola congestionata in volto, le chiesero perché aggrottasse le ciglia e oscurasse così l’amabile fulgore del suo sguardo. Venere rispose:
"Capitate proprio a puntino, per offrire uno sfogo alla rabbia che ho in corpo. Vi prego, rintracciatemi con ogni mezzo Psiche, quella schiava fuggiasca che se n’è volata via. Poiché voi conoscete bene lo scandalo che succede in casa mia e le imprese di colui che non posso più chiamare mio figlio."
Allora esse, che sapevano bene ciò che era accaduto, cercarono di lisciare Venere a forza di blandizie e calmarne la collera furibonda.
"Qual peccato, o signora, ha mai compiuto tuo figlio, per opporti con tanta ostinazione ai suoi piaceri? Giungi sino al punto di bramare la rovina di colei che egli ama? Qual delitto, di grazia, ha commesso, se ha sorriso volentieri a una graziosa ragazza? Non lo sai che è maschio, e giovane per giunta, o davvero ti sei dimenticata l’età che ha? Forse per il fatto che porta bene i suoi anni, credi che egli sia sempre un ragazzino? Ma tu sei madre e anche donna di senno, e dunque continuerai sempre a inquisire con tanta diligenza gli svaghi di tuo figlio? E gli apporrai a colpa la sua esuberanza, e gli farai un rimprovero dei suoi amori, e biasimerai in un figlio così bello le arti e i piaceri che sono tuoi? Gli Dei e gli uomini potranno, poi, ammettere che tu sparga ovunque sulla terra i desideri d’amore, se vieti agli Amori del tuo seguito di amare e chiudi il laboratorio ove si tiene pubblica scuola di galanteria?."
Così le due Dee cercavano di ingraziarsi Amore, benché egli non fosse presente, per paura delle sue saette, e intercedevano compiacentemente per lui. Ma Venere si seccò di veder messe in ridicolo le offese fattele, voltò le spalle e, a passi frettolosi, si avviò dall'altra parte, in direzione del mare.
...continua domani sera... 
Buonanotte e Sogni d'Oro!

venerdì 15 febbraio 2013

La favola di Psiche - 2° Notte

Psiche riposò nel soffice prato, mollemente sdraiata nell'erba rugiadosa proprio come su di un letto, e calmò il grave affanno che le opprimeva la mente. Dormì quel tanto che bastò a ristorarla e, quando si destò, aveva l’animo sereno.
Ella vede un bosco fitto d’alberi alti e forti, vede una sorgente dalle acque limpide come il cristallo; e proprio nel mezzo del bosco, là dove spiccia la fonte, vi è un palazzo d’aspetto regale, costruito dall'arte d’un Dio, non dalla mano dell’uomo.
Si è appena sulla soglia, e già si capisce che si tratta della fastosa e amabile residenza d’una Divinità: colonne d’oro sostengono il soffitto a cassettoni, intagliati con ricercatezza nel cedro e nell'avorio.  Chi entrasse, vedrebbe poi drizzarsi dinanzi a sé belve e altri animali del genere, che, cesellati in lamine d’argento, ricoprono tutte le pareti. Dev'essere di certo un uomo raffinatissimo, o piuttosto un semidio o un Dio, colui che, con vera finezza d’artista, ha infuso la vita selvaggia delle fiere in sì gran copia d’argento. Fatto sta che persino i pavimenti, con i loro mosaici di pietre preziose tagliate fini, offrono una grande varietà di pittoriche composizioni. Davvero beati due e tre volte, coloro che camminano sopra le gemme e le perle! E le altre parti del palazzo, sin dove esso si estende in larghezza e in lunghezza, rivelano anch'esse una magnificenza che non ha prezzo, mentre le pareti, interamente rivestite da blocchi d’oro massiccio, rifulgono d’uno splendore che emana da loro stesse, al punto che il palazzo potrebbe fruire d’una sua luce anche se il sole gli rifiutasse la propria: tale è lo splendore delle sale, dei portici e degli stessi battenti!
Per il resto, l’arredamento corrisponde esattamente alla magnificenza della costruzione, tal ché si potrebbe giustamente pensare che il grande Giove abbia fabbricato questo divino edificio come sua dimora tra gli uomini.
Così grande è l’incanto di quel luoghi, che Psiche è indotta ad avvicinarsi e, rassicurata, a varcarne la soglia. Allettata, poi, dalla curiosità di vedere il bellissimo palazzo, ella ne visita minutamente l’interno, e in un’altra ala di esso scorge le grandiose costruzioni dei magazzini, zeppi di ricchi tesori. Tutto ciò che esiste al mondo di bello, è lì presente. Ma, dopo l’ammirazione destata da queste immense ricchezze, causa di ancor maggior stupore era il fatto che quell'accolta dei tesori del mondo intero non era difeso né da catene né da porte né da custodi. E mentre ella, estatica, contemplava queste meraviglie, le giunge una voce senza corpo, che le dice: "Perché, o signora, ti meravigli di tanta opulenza? Sono tue, tutte queste ricchezze! Entra pure in una stanza, riposati sul letto e fai il bagno, quando ti piacerà. Le voci che odi sono quelle delle tue ancelle: noi ti serviremo con diligenza e, quando avrai finito di prenderti cura della tua persona, troverai pronto un banchetto degno di un re."
Allora Psiche comprese che questa felicità era un dono della divina provvidenza. Obbedendo al consiglio di quella voce senza corpo, dissolse la sua stanchezza prima col sonno, poi con un buon bagno. Quindi vide accanto a sé una tavola semicircolare; e giudicando, poiché essa era apparecchiata per il pranzo, che le fosse stata preparata lì per il suo ristoro, vi si sedette con piacere. Immediatamente, compaiono vini dolci come il nettare e piatti abbondanti di cibi svariati; e non c’era nessuno che servisse, ma le portate erano spinte e recate in tavola solo per forza d’un soffio. Né Psiche riusciva a scorgere alcuno, ma udiva solo parole che uscivano dal vuoto: al suo servizio aveva solo delle voci!
Consumato che ella ebbe l’abbondante imbandigione, entrò qualcuno che, senza esser visto, cantò una canzone. Similmente, un altro suonò la cetra, e neppure lo strumento Psiche poté vedere. Giunse infine alle sue orecchie un armonioso concerto di più voci e, sebbene nessuno apparisse, era nondimeno chiaro che si trattava di persone che cantavano in coro.
Gli svaghi erano finiti e, poiché la sera invitava al sonno, Psiche si ritirò per dormire. A un tratto, nel cuore della notte, la giovane percepisce un fruscio. Sola com'è  teme per la sua verginità e trema per lo spavento, poiché l’ignoto le fa paura più che ogni altro male.
Ma già era lì dinanzi a Psiche il marito sconosciuto. Egli sale sul letto, fa l’amore con lei e, prima dell’alba, in fretta se ne parte. Subito delle voci, che attendevano sulla soglia, si prendono cura della novella sposa e medicano la ferita inferta alla sua verginità.
Le cose continuarono a svolgersi per un bel pezzo a questa maniera e, come è legge di natura, l’abitudine fece meglio apprezzare a Psiche il piacere della novità, mentre il suono delle voci sconosciute le era di conforto nella solitudine.
Frattanto i suoi genitori invecchiavano tristemente in continui pianti. E le sorelle maggiori (a cui la fama, diffondendosi da un paese all'altro  aveva riportato l’accaduto) in tutta fretta, ognuna per dimostrare il proprio zelo, tristi e atteggiate a lutto, avevano lasciato le loro case e si erano recate dai genitori per consolarli con la loro presenza e la loro voce.
Una notte lo sposo (la cui presenza, invisibile alla vista, riusciva più di ogni altra cosa evidentissima al tatto e all'udito così disse alla sua Psiche: "Psiche, dolcissima e cara sposa, il destino troppo crudele ti minaccia con un funesto pericolo, e io penso che sarebbe bene osservare maggior prudenza. Le tue sorelle, commosse dalla falsa notizia della tua morte, cercano le tue tracce e tra breve arriveranno alla rupe che tu conosci. Se per caso tu dovessi udire i loro lamenti, non rispondere; non cercare, anzi, neppure di vederle. In caso contrario, procurerai a me un immenso dolore e a te la più grande delle sventure."
Psiche assentì e promise di ubbidire al desiderio del marito. Ma quando la notte e lo sposo disparvero assieme, la poverina non fece che piangere e lamentarsi per l’intera giornata. Ripeteva che proprio in quel momento essa capiva d’essere scomparsa dal mondo dei viventi, poiché era rinchiusa in una dorata prigione, le era vietato di rivolger parola a persona umana, e non solo non poteva neppure recar conforto alle sorelle che la piangevano, ma neanche vederle! E così, senza prendere né un bagno né cibo, senza concedersi assolutamente alcun ristoro, tra lacrime e pianti andò a dormire.
Non passa molto tempo che lo sposo, un poco più presto del consueto, le si stende vicino sul letto, l’abbraccia ancor lacrimosa e le domanda:
"È questa la promessa che mi hai fatto, Psiche mia? Io, che sono tuo marito, che mai debbo aspettarmi e sperare da te? Né di giorno né di notte smetterai di tormentarti? E neppure quando ti abbraccia il tuo sposo? Suvvia! Fai sin da ora come tu desideri e, se vuoi il tuo male, dai pur retta al tuo animo. Io parlo seriamente e tu ti ricorderai del mio avvertimento; ma quando comincerai a pentirti, sarà troppo tardi."
Allora Psiche, pregando e minacciando di voler morire, strappa al marito il consenso a che ella veda le sorelle, le consoli e parli con loro. Così egli finisce per cedere alla preghiera della novella sposa, e le concede per giunta che regali alle sorelle tutto l’oro e le collane che vuole. Nello stesso tempo, però, le ripete più volte questo ammonimento, sin quasi a spaventarla:
"Non ti lasciar persuadere con tuo danno dalle tue sorelle a cercare di sapere come è fatto tuo marito! Sarebbe un’empia curiosità, questa! Precipiteresti, dall'altezza in cui ti ha posto la fortuna, nell'afflizione più nera, e saresti privata per sempre dei miei abbracci."
Psiche ringraziò lo sposo e, ormai rasserenata, gli disse:
"Vorrei piuttosto morire cento volte, che essere privata del tuo dolcissimo amore. Chiunque tu sia, io ti amo perdutamente e ti ho caro più che la vita mia, e non vorrei fare il cambio neppure con Amore in persona. Ma soddisfa, ti prego, anche quest’altro mio desiderio: ordina al tuo servo, a Zefiro, di portar qui, come fece con me le mie sorelle."
Nel contempo, per persuaderlo, gli dava baci, gli sussurrava tenere frasi e, allacciandolo strettamente con tutto il corpo, intramezzava alle carezze paroline come: "Mio amatissimo, marito mio, dolce vita della tua Psiche." Suo malgrado, lo sposo fu vinto dalla forza irresistibile che hanno le parole bisbigliate nelle ore d’amore, e promise tutto quello che ella volle. Così l’alba era già vicina, quando egli svanì dalle braccia di Psiche.
Le sorelle, fattesi indicare la posizione della rupe su cui era stata abbandonata Psiche, vi accorsero in fretta. E qui, a forza di piangere e battersi il petto, si tormentarono così tanto, che per le loro urla di dolore ripetutamente echeggiarono con eguale intensità i sassi e le rocce. Un bel pezzo esse chiamarono per nome l’infelice sorella, sinché il suono penetrante delle loro voci piangenti si udì giù per i fianchi del monte, e Psiche, fuori di sé per l’affanno, usci di corsa dal palazzo esclamando: "Perché vi affliggete? I vostri strazianti lamenti non hanno motivo! Eccomi qui, quella che voi piangete! Cessate le vostre funebri invocazioni e ponete finalmente un termine alle continue lacrime che vi bagnano le guance. Fra poco la potrete abbracciare, colei che piangete morta."
Chiama allora Zefiro e gli ricorda l’ordine del marito. Immediatamente quegli obbedisce al comando e, con delicatissimo soffio, trasporta le sorelle giù, sane e salve. Subito si abbracciano l’un l’altra, si danno avidi baci, e la gioia, forte del suo diritto, fa ricominciare quel pianto che si era appena calmato.
"Entrate lietamente nella mia dimora", fu l’invito di Psiche, "e sedetevi al mio focolare. Aprite alla gioia l’animo afflitto e consolatevi con la vostra Psiche."
Così parlando, mostra alle sorelle le immense ricchezze che contiene l’aureo palazzo e fa loro udire il numero di voci che costituiscono la sua servitù. Ordina poi di preparare un magnifico bagno, e offre a esse il ristoro di cibi raffinati e di uno splendido banchetto, degno proprio degli Dei.
Così le sorelle, quando si furono saziate di quella profusione di celesti ricchezze, presto cominciarono ad esser gelose di lei nel fondo del loro cuore. Una di esse, poi, non la finiva d’informarsi, con indiscreta curiosità, su chi fosse il signore di quel celeste dominio e chi suo marito e quale il suo aspetto. Ma Psiche non vuole in alcun modo violare la raccomandazione del marito o cancellarla dall'intimo segreto del suo cuore, e per l’occasione inventa che è un bel giovane, che una morbida barba gli ombreggia da poco le guance, e che di solito passa il suo tempo a cacciare per i monti e per le pianure. Quindi, per il timore che, prolungandosi la conversazione, le sorelle scoprano la sua intenzione di tacere, riempie loro il grembo d’oro e di collane di pietre preziose; e poi le affida a Zefiro, subito accorso alla sua chiamata, affinché le riporti via.
L’ordine fu immediatamente eseguito; ma le brave sorelle, tornando a casa, si sentivano sempre più ardere dal fiele dell’invidia e si scambiavano assai animatamente le loro impressioni. Alla fine l’una proruppe:
"O cieca, crudele e ingiusta Fortuna! È stato forse un bel piacere, per te, che noi, tre sorelle nate dai medesimi genitori, avessimo un destino così diverso? Proprio noi, le maggiori, siamo state sposate a mariti forestieri per far loro da serve! E dobbiamo vivere lontano dai genitori, come delle esiliate, fuori della nostra famiglia e della nostra patria! Mentre questa, che è la più giovane, e che con la sua nascita ha tanto stremato nostra madre da essere rimasta l’ultimo frutto, ha fatto invece un ricchissimo matrimonio, ha un Dio per marito e non sa neppure far buon uso di tante ricchezze! Tu hai visto, sorella mia, la quantità e il valore dei monili che vi sono in quella casa, lo splendore delle vesti, il fulgore delle gemme. Per non parlare dell’oro, che praticamente si calpesta a ogni passo! E se poi ha davvero anche un marito così bello come dice lei, allora non c’è in tutto il mondo, oggi come oggi, una donna che sia più felice! Forse, anzi, poiché a lungo andare l’abitudine consolida l’affetto, il marito, che è un Dio, la trasformerà persino in una Dea! Ma no: lo è già, una Dea, se consideriamo i suoi gesti e le sue maniere! Già ti guarda dall'alto in basso, e attraverso la donna traspare già la Divinità, dal momento che ha delle voci al suo servizio e comanda persino ai venti. Io, invece, povera disgraziata, ho avuto in sorte un marito più vecchio di mio padre, calvo più d’una zucca, più piccolo di statura d’un ragazzino, e col vizio di tener chiusa sotto custodia tutta quanta la casa con spranghe e catene."
E l’altra replica:
"In quanto a me, ho sul gobbo un marito tutto rattrappito per i reumatismi, che in quanto ad amore mi tiene proprio a stecchetto. Sono sempre occupata a frizionargli le dita contorte e indurite come pietre, e mi brucio queste mie mani così delicate con impiastri puzzolenti, con bende sporche e fetidi cataplasmi; insomma, ho tutt'altro che l’aspetto d’una signora come si deve, ridotta come sono al mestiere dell’infermiera. Tu, sorella mia, sopporti evidentemente con pazienza questa vita indegna; direi, anzi, (poiché voglio esprimere francamente la mia opinione) che la sopporti con servile rassegnazione; ma io non mi sento capace di tollerare che tanta felicità tocchi a una che non la merita. Non ti ricordi la superbia e l’arroganza con cui ci ha trattato? Con la sua presunzione e le sue vanterie smodate ci ha rivelato l’orgoglio che ha nell'animo, e, con tante ricchezze che possiede, ha faticato a gettarcene qualche briciola in regalo: ha fatto presto ad annoiarsi della nostra presenza, e ci ha fatto spinger fuori tra il soffio e i fischi del vento. Non voglio più esser donna, non voglio più aver respiro, se non la caccerò giù in malora dal piedistallo della sua fortuna! Ma l’offesa è comune ad entrambe e, se è dispiaciuta anche a te, cerchiamo insieme una punizione esemplare. Le notizie che abbiamo appreso, è meglio non riferirle né ai nostri genitori né ad alcun altro, come se non sapessimo affatto che ella vive. Abbiamo personalmente veduto uno spettacolo che mi spiace d’aver visto. Questo ci deve bastare! Sarebbe il colmo, se andassimo per giunta a sbandierare la lieta notizia, come degli araldi, ai nostri genitori e a tutta la gente. Infatti, felici non sono quelli la cui felicità è da tutti ignorata; ed ella comprenderà, così, di aver a che fare con le sue sorelle maggiori, non con le sue serve! Torniamocene dai nostri mariti, ora; ritroviamo la nostra casa, povera sì, ma semplice; e, quando avremo escogitato un piano preciso, facciamo ritorno più forti per punirla della sua superbia."
Le due malvagie sorelle adottano per buono questo piano malvagio. Nascondono tutti quei loro regali di valore, e, strappandosi i capelli e graffiandosi il volto (come del resto si meritavano), cominciano di nuovo a versar lacrime menzognere. Senza perder tempo, tolgono le ultime speranze ai loro genitori, sicché costoro sentono di nuovo inacerbirsi il dolore; poi, gonfie di rabbia, si avviano alle loro case, per macchinare uno scellerato inganno, anzi una trama mortale contro l’innocente sorella.
Frattanto lo sposo sconosciuto, ancora una volta, di notte, rivolge a Psiche i suoi avvertimenti: "Non ti accorgi del grave pericolo che ti sovrasta? La Fortuna, come una truppa di veliti, ti fa la guerriglia da lontano; ma se non prendi tutte le tue precauzioni, ti assalirà da vicino. Perfide lupe in veste di donna fanno di tutto per attirarti in un tranello infame, e questo è il punto essenziale: ti vorranno persuadere a scoprire il volto mio. Ma ricordati di quanto spesso ti dissi: il mio volto, appena l’avrai visto, cesserai di vederlo per sempre. Dunque, se in futuro quelle infami streghe si presenteranno qui con cattive intenzioni (e senz'altro verranno, lo so), non dar loro risposta. Se poi non potrai farne a meno, poiché hai un animo che è per istinto semplice e delicato, almeno non porger orecchio e non dir nulla sul conto di tuo marito. Tra breve la nostra famiglia aumenterà, ché il tuo piccolo seno, ancor di fanciulla, già reca un bambino: questi sarà un Dio, se tu saprai tacere i nostri segreti; ma sarà un mortale, se li violerai."
A tal notizia, Psiche si sentì rinascere per la contentezza e batté le mani per la consolazione all'idea di un figlio divino; esultava, pensando alla gloria futura del pegno a lei promesso, ed era lieta per l’onore stesso che è congiunto al nome di madre. Ella conta con ansia i giorni che si susseguono e i mesi che passano e, nell'inesperienza d’un peso che le era ignoto, osserva con stupore come da una leggera puntura possa esser derivato al suo seno un così ricco aumento di volume.
Ma già quelle due pesti, quelle orride Furie, spirando veleno come le vipere, se ne venivano attraverso il mare con una fretta foriera di empi propositi. Allora colui che era suo sposo ad intervalli nuovamente avverte così la sua Psiche:
"Ecco l’ultimo giorno, ecco il momento decisivo! Persone del tuo sesso e del tuo sangue sono tue irriducibili nemiche. Già hanno preso le armi, hanno levato il campo, hanno schierato l’esercito e fatto suonar le trombe; già le tue infami sorelle con le spade sguainate si apprestano a sgozzarti. Ahimè! Qual rovina ci sovrasta, o dolcissima Psiche! Ma tu abbi pietà di te e di noi, e col tuo scrupoloso comportamento tieni lontano dalla tua casa, da tuo marito e da questa nostra creaturina la calamità, che sta per colpirci. Quelle ignobili donne ti odiano a morte e hanno calpestato i legami del sangue: ormai tu non puoi più chiamarle sorelle. Cerca di non vederle e di non sentirle, quando come delle Sirene, curvandosi sulla rupe, faranno echeggiare i macigni con i loro funesti richiami."
Piangendo, Psiche rispose con parole rotte dai singhiozzi:
"Da molto tempo, mi pare, hai avuto la prova di quanto io sia fedele e discreta; anche questa volta potrai apprezzare la fermezza dell’animo mio. Fammi solo il piacere di ordinare al nostro Zefiro che adempia al dover suo e, in cambio della sacra immagine tua che mi è negata, concedimi almeno che io veda le mie sorelle. Ti prego, per la corona dei tuoi capelli lunghi e profumati, per le tue guance morbide e rotonde che somigliano alle mie, per il tuo petto che brucia di un ignoto ardore, voglia il cielo che io, almeno in questo esserino, possa riconoscere il tuo viso; ma ora accondiscendi alle preghiere di una supplice angosciata e degna di pietà, concedi ch'io abbracci lieta le mie sorelle, e ristora con tale gioia l’animo della tua Psiche che ti è devota sino alla morte. Non mi interessa più sapere qual è il tuo volto; le tenebre medesime della notte non mi danno più fastidio: io ho te e tu sei la mia luce."
Così parlò Psiche, e abbracciava teneramente lo sposo, tanto che questi ne fu stregato. Egli, asciugandole le lacrime coi suoi capelli, promise il suo assenso, e subito dopo se ne partì, prima che nascesse la luce del giorno...

...continua domani sera... 
 Buonanotte e Sogni d'Oro!

giovedì 14 febbraio 2013

La favola di Psiche - 1° Notte

- V’erano in una città un re e una regina che avevano tre belle figlie. Le due maggiori erano, sì, attraenti, sempre però tali che la loro avvenenza poteva esser, verosimilmente, celebrata con lodi adeguate all'umano vocabolario; invece la bellezza della più giovane era così originale, così straordinaria, che nessuna lingua umana avrebbe potuto trovare parole per esprimerla, nonché lodarla a sufficienza.  
Insomma, numerosi cittadini e forestieri, alla fama dell’eccezionale spettacolo, accorrevano in folla con grande curiosità, e stupefatti stavano in ammirazione di quell'inaccessibile bellezza; portando la destra alle loro labbra e unendo l’indice al pollice, adoravano religiosamente la giovane, come se fosse la Dea Venere in persona. E già nelle vicine città e nelle regioni confinanti s’era sparsa la voce che la Dea, nata nel ceruleo abisso del mare e allevata tra la rugiada delle onde spumose, si compiacesse di mostrare dappertutto la sua divina persona e si mescolasse alla turba dei comuni mortali: persino si vociferava che per un mai visto prodigio di fecondazione dell’umidità celeste, non il mare questa volta, ma la terra avesse dato alla luce una seconda Venere ricca del fiore della verginità. 
Così ogni giorno più tale credenza progredisce a dismisura, così la fama si diffonde già per le isole vicine e, addentrandosi sempre più nel continente, passa da una provincia all'altra. Già la gente a frotte, varcando lunghe distanze e profondissime distese marine, accorreva a vedere il famoso prodigio del secolo: nessuno più si recava a contemplare la Dea Venere né a Pafo né a Cnido e neppure nella stessa Citera; si rimandano i sacrifici, i templi non vengono più adornati, i sacri letti sono calpestati, trascurate le sacre cerimonie; ghirlande di fiori non ornano più le statue, e una fredda cenere deturpa le are abbandonate. Si elevano suppliche alla giovane donna, ci si rivolge ad umane fattezze per placare il nume di una Dea così possente; quando il mattino la vergine esce a passeggio, s’invoca il nome dell’assente Venere con sacrifici di vittime e con sacri banchetti e di già, quando ella passa per le piazze, il popolo in folla l'invoca e le offre fiori sciolti e ghirlande. 
Questo fatto di trasferire senza misura onori dovuti ai celesti al culto di una donna mortale esacerbò l’animo della vera Venere, sì che ella non poté più contenere il suo sdegno, ma, scuotendo il capo e fremendo nell'intimo del suo cuore, si disse: 
"Ecco, io, l’antica genitrice dell’universo, io, causa prima degli elementi, io, Venere, nutrice del mondo intero, son ridotta a dividere l’onore dovuto alla mia maestà con una fanciulla mortale! Il mio nome, che è scritto nel cielo, è contaminato da terrene sozzure. Non c’è dubbio! Dovrò spartire con altri gli onori resi al mio nome e vivere nell'incertezza che mi si renda un’adorazione in sottordine. Una fanciulla mortale porterà in giro sulla terra l’immagine mia. Invano quel famoso pastore, di cui il grande Giove riconobbe l’imparziale giustizia, diede a me la palma sulle Dee più illustri, grazie alla mia eccezionale bellezza. Ma costei non ne godrà a lungo! Chiunque essa sia, ha usurpato un omaggio che è dovuto a me sola, e tosto io farò in modo che ella si penta della sua stessa bellezza, poiché oltrepassa l’umana misura." 
Chiama subito quel suo figliolo alato e audace non poco, che è maestro di cattivi costumi e ha in spregio la pubblica moralità. Egli, armato di saette infocate, di notte va correndo per le dimore altrui e, seminando zizzania tra gli sposi, causa impunemente gravissimi scandali e insomma non fa mai niente di buono. Costui di per sé non conosce limiti alla sua sfacciataggine, ma ella lo infiamma maggiormente con i suoi discorsi, lo conduce in quella città e qui gli fa vedere di persona Psiche (così si chiamava infatti la fanciulla). 
Gemendo e fremendo di sdegno, gli racconta poi tutta la storia della concorrenza che le si muove in fatto di bellezza. 
"Ti scongiuro", gli dice, "per il legame dell’affetto materno, per le dolci ferite prodotte dalle tue saette, per i graditi ardori che suscita codesto tuo fuoco, offri a tua madre il piacere di una vendetta completa e punisci severamente questa arrogante bellezza. Io non chiedo altro, e tu dammi questa sola soddisfazione: possa codesta vergine ardere d’amore appassionato per un uomo di vilissima condizione, che la Fortuna abbia colpito nel grado sociale, nei beni e nella persona medesima, per un uomo ridotto così in basso, che in tutta la terra non si trovi uno più disgraziato di lui!" 
Così parlò la Dea, e dolcemente, con le labbra semiaperte, impresse al figlio un lungo bacio. Si dirige poi verso la spiaggia più vicina, sulla riva, là dove muore l’onda, e, calcando con le rosee piante l’umida cresta dei flutti palpitanti, si adagia alfine sulla serena superficie del mare profondo. Anche l'omaggio delle divinità marine non tardò, appena n'ebbe il desiderio, ma subito si effettuò, quasi che da tempo ella avesse dato l’ordine: accorrono le figlie di Nereo, che cantano in coro, Portuno, con la sua barba verdastra ed ispida, Salacia, dal seno colmo di pesci, Palemone, il piccolo auriga che guida un delfino; qua e là nel mare scorrazzano a schiere i Tritoni, e uno suona leggiadramente la tromba con la sua conchiglia sonora, un altro tende contro i raggi fastidiosi del sole un serico velo, un terzo pone sotto gli occhi della padrona uno specchio, e altri ancora, in coppie, trascinano a nuoto il cocchio della Dea. Tale è il seguito che fa corteo a Venere nel suo viaggio verso l’Oceano. 
Frattanto Psiche, con tutta la sua straordinaria bellezza, non ricava alcun frutto dalla sua avvenenza. Tutti la guardano, tutti la lodano, ma nessuno, o re o di stirpe reale o anche plebeo, si presenta desideroso di chiederla in sposa. Ammirano, è vero, il suo aspetto divino, ma l’ammirano tutti come una statua lavorata con arte. Da gran tempo le due sorelle maggiori, che la pubblica fama, poiché possedevano una bellezza normale, aveva passato sotto silenzio, erano state promesse a reali pretendenti e avevano fatto dei matrimoni brillanti. Psiche, invece, vergine senza innamorati, rimaneva in casa a piangere sul proprio abbandono e, dolorante nel corpo e nell'animo, odiava in sé quella bellezza che pur la rendeva oggetto di piacere a tutte le genti. 
Così, il tristissimo padre d’una infelicissima figlia comincia a sospettare che i celesti l’abbiano in odio; temendo l’ira degli Dei, interroga l’antichissimo oracolo del Dio di Mileto e con preghiere e sacrifici chiede al possente nume di concedere alla vergine da tutti trascurata un marito che la sposi. Ma Apollo, benché Greco della Ionia, avendo riguardo verso l’autore di questo romanzo, dette il suo vaticinio in lingua latina: 
"Sul picco alto d’un monte, esponi, o re, la ragazza, come s'addice, abbigliata a nozze che danno la morte. E non sperare in un genero nato da stirpe mortale, ma attendi un mostro crudele, feroce e con volto di serpe, il qual, volando per l’etra, ogni animale molesta e impiaga col ferro e col fuoco ogni essere vivente. Sin Giove lo teme, che pure ispira terrore agli Dei e i fiumi l’hanno in orrore e i regni oscuri d' Averno." 
Il re, che una volta era felice, avuto il responso del santo vaticinio, malinconico e triste se ne ritornò a casa e riferì alla moglie le malaugurate prescrizioni dell’oracolo. Per parecchi giorni tutti furono tristi, piansero e si lamentarono. 
Ma era ormai tempo di eseguire la crudele predizione. Già si pon mano ai preparativi per le ferali nozze dell’infelicissima vergine, già la fiamma delle fiaccole nuziali è soffocata dalla cenere e dalla nera fuliggine, il suono del flauto nuziale assume i flebili toni del modo lidio, il canto lieto dell’Imeneo si chiude con un lugubre lamento, e la fanciulla, prossima alle nozze, si asciuga le lacrime con lo stesso velo rosso da sposa. Anche la città, tutta quanta, piangeva sul triste destino di una famiglia così travagliata, e senza indugio, in segno di pubblico lutto, viene proclamata la cessazione di ogni attività per un periodo adeguato. 
Ma la necessità d’obbedire agli ammonimenti celesti richiedeva che quella poverina di Psiche subisse la pena destinata. Furon dunque compiuti con profonda tristezza i solenni preparativi del funebre matrimonio, e Psiche piangente è scortata non alle nozze, ma alle proprie esequie. E mentre i genitori mesti e atterriti da tanta sciagura esitano a portare a termine l’esecranda funzione, la figlia stessa fa loro coraggio in tal modo: 
"Perché volete tormentare con eterni pianti la vostra vecchiaia infelice? Perché volete effondere in ripetute grida di dolore quel respiro che appartiene a me più che a voi? Perché imbruttite di lacrime vane quel volto che io tanto adoro? Perché straziate il mio sguardo con la disperazione che leggo nei vostri occhi? Perché vi strappate i bianchi capelli? Perché vi percuotete il petto e quel seno che mi è sacro? Questo sarà per voi il bel premio della mia straordinaria bellezza; tardi vi accorgete della piaga mortale che vi ha inferto un odio implacabile. Quando le genti e i popoli mi rendevano onori divini, quando con universale consenso mi davano il titolo di novella Venere, allora avreste dovuto dolervi, allora versar pianti, allora, sì, prendere il lutto, come se fossi morta. Ora m’accorgo, ora vedo che la causa della mia rovina è il solo nome di Venere. Portatemi via e lasciatemi su quella roccia cui il destino mi ha condannata: ho fretta di affrontare queste felici nozze, ho fretta di conoscere quel nobile mio marito. Perché dovrei indugiare, perché dovrei rifiutare d’incontrarmi con colui che è nato a rovina dell’universo intero?". 
Così parlò la vergine, poi tacque e con passo fermo si mescolò alla processione del popolo che l’accompagnava in corteo. Si avviano alla roccia destinatale, su una montagna scoscesa, e qui, sulla vetta più alta, tutti abbandonano la giovane; qui lasciano le fiaccole nuziali che avevano rischiarato la strada, dopo averle spente con le lacrime loro, e a capo chino, prendono la via del ritorno. In quanto ai miseri suoi genitori, essi, stremati da una così grave sciagura, sbarrano la loro casa, si chiudono nelle stanze più oscure e si condannano a non veder più la luce del giorno. 
Frattanto Psiche tremava di spavento e piangeva sulla cima della rupe. Ma lo Zefiro, che spirava dolcemente con la sua brezza, agitandole con continuo palpito le vesti e gonfiandole il grembo, insensibilmente la solleva, e con il suo dolce soffio, a poco a poco, la porta giù per il pendio roccioso sino a una valle sottostante tutta fiorita, ove lievemente la depone a giacere supina nel seno delle zolle erbose...

...continua domani sera... 
Buonanotte e Sogni d'Oro!

Gladiolo

Gladiolo = "piccola spada" 
Gladiolo : rispetto


mercoledì 13 febbraio 2013

Biancaneve e i Sette Nani - 3° Notte

Illustrazione tratta da 
"Biancaneve E IL PRINCIPE AZZURRO
ed altre celebri FIABE" 
Tipografia Editoriale Lucchi, 1958
Quando i nani furono di ritorno quella sera, trovarono Biancaneve distesa a terra, inerme. Non respirava, era morta. L'alzarono e cercarono ovunque su di lei i segni di un qualche veleno: le slacciarono la vita, le pettinarono i capelli, la lavarono con acqua e con vino, ma fu tutto inutile.
La loro cara bambina era proprio morta, e morta rimase.
La deposero in un feretro, e tutti e sette sedettero accanto a lei, piangendo la sua morte per tre lunghi giorni. Finalmente, stavano per seppellirla, benché avesse ancora l'aspetto fresco e sano di una persona viva, e aveva ancora le sue belle gote rosee, persino. Così, si dissero che non potevano tumularla nella scura terra, e le costruirono una bara di cristallo, così da poterla vedere dall'esterno. La deposero all'interno, e a lettere d'oro scrissero il suo nome, indicando che era figlia di re. Poi, portarono la bara fuori, su una montagna, e da quel giorno uno di loro restava sempre a guardia del feretro.
Anche le bestie selvatiche vennero a piangere la morte di Biancaneve: prima un gufo, poi un corvo, e infine una colomba. Biancaneve restò per lungo tempo nel feretro, ma il corpo non si decompose; sembrava sempre che fosse addormentata, poiché era ancora bianca come la neve, rossa come il sangue e bruna come l'ebano.
Un giorno, accadde che un principe passò per quei boschi, e s'imbatté per la casetta dei sette nani, e chiese ospitalità per la notte; vide il feretro di cristallo sul monte con la bella Biancaneve all'interno, e lesse la scritta d'oro.
Così, disse ai nani: "Vi prego, lasciatemi la bara. Vi darò tutto quello che volete, in cambio."
Ma i nani risposero: "Non la cediamo per tutto l'oro del mondo."
E il principe disse: "Ma a me, datela, vi prego, perché non posso più vivere senza vedere Biancaneve. La onorerò e rispetterò come mio bene più prezioso."
Allora, i buoni nani sentirono pietà per il giovane, e gli regalarono la bara. Il principe fece venire i suoi servitori a trasportarla sulle spalle, ma, improvvisamente, accadde che uno di essi inciampò contro un arbusto, e lo scossone le fece sputare il pezzetto di mela avvelenata che aveva ingerito.
Non passarono che pochi minuti, che Biancaneve aprì gli occhi, si mise seduta nella bara, viva e vegeta. "Oh, giusto cielo, dove mi trovo?" gridò.
Il principe rispose con gioia: "Sei con me."
Le raccontò quanto era accaduto, e poi le disse: "Ti amo più di qualsiasi altra cosa al mondo. Vieni con me al castello di mio padre, e sposami."
Biancaneve, che si era innamorata di lui, accettò di seguirlo. Il loro matrimonio fu pianificato con grande fasto e splendore. Anche la matrigna di Biancaneve fu tra gli invitati. Dopo aver indossato le sue regali vesti, andò presso lo specchio e disse: 
"Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?" 
E lo specchio rispose: 
"Del tuo regno, regina, la più bella sei tu, Ma la nuova regina lo è mille volte di più." 
La perfida donna imprecò dalla rabbia, e divenne terrorizzata, ma tanto terrorizzata, che non sapeva più cosa fare. Sulle prime, pensò di non voler più andare al matrimonio, ma non ebbe più pace: alla fine decise di andarci, per vedere in faccia la giovane regina.
Andò, e subito riconobbe Biancaneve, e, rimase impietrita, incapace di muovere un passo. Ma sulla brace avevano deposto un paio di scarpe di ferro. Gliele portarono con le pinze e fu costretta ad indossarle.
Dovette camminare e ballare con le scarpe roventi ai piedi, finché a un certo punto ella cadde a terra, morta.

Fine

Buonanotte e Sogni d'Oro! 

martedì 12 febbraio 2013

Biancaneve e i Sette Nani - 2° Notte

Ogni mattina i nani uscivano per andare a scavare nelle montagne in cerca di oro e metalli preziosi, e la sera, quando tornavano a casa, trovavano la cena pronta; durante il giorno, la fanciulla rimaneva sola. Per questo motivo, i buoni nani le raccomandavano sempre: "Sta' attenta alla tua matrigna: presto scoprirà che ti trovi qui, perciò, non lasciare entrare nessuno." 
Nel frattempo, la regina, credendo di aver mangiato il fegato e i polmoni di Biancaneve, credeva di essere di nuovo lei la più bella di tutte; così, tornò a chiedere alla specchio: 
"Specchio, specchio delle mie brame, dimmi, chi è la più bella del reame?" 
Ed esso rispose:
"Qui, nel tuo regno, regina, la più bella sei tu. Ma fuor di qui, oltre i monti e le valli, Biancaneve, a casa dei sette nani, lo è mille volte di più." 
A queste parole, la regina inorridì, perché sapeva che lo specchio non mentiva, pertanto, realizzò che il cacciatore l'aveva tradita, e che Biancaneve era ancora viva. Allora, si mise a pensare e a ripensare a come poteva fare per uccidere Biancaneve, perché l'invidia che provava per non essere lei la più bella del regno non le avrebbe dato più pace. 
Pensa e ripensa, alla fine le venne un'idea: si truccò il volto, e si mascherò da vecchia venditrice ambulante, in modo da non farsi riconoscere, e, così travestita, si recò a casa dei sette nani. 
Bussò alla porta e gridò: "Bella merce da comprare, chi ne vuole?" 
Biancaneve si affacciò dalla finestra e disse: "Buongiorno, buona donna, che cosa vendete?" 
"Bella merce, tante belle cosine" rispose. 
"Ho dei bei nastri da vita, di tutti i colori." E ne prese uno intrecciato di seta colorata e lo fece vedere alla fanciulla, e le chiese: "Guarda, ti piace questo?"
Biancaneve pensò: 'Certamente questa buona vecchia posso farla entrare.' Così, aprì la porta e comprò il nastro." 
"Bambina mia, che aspetto trasandato che hai!" disse quella, "su, da brava, lascia che te lo allacci io come si deve." 
E Biancaneve, che nulla sospettava, si lasciò allacciare il nastro, ma quella strinse così forte e duramente da toglierle il fiato. 
"Ora non sei più tu la più bella." disse, esultando, la vecchia, e corse via. 
Poco tempo più tardi, a sera, i sette nani tornarono a casa, e rimasero atterriti nel vedere la loro cara Biancaneve distesa a terra, immobile, come morta. 
La alzarono da terra e subito si accorsero del nastro allacciato troppo stretto in vita: lo tagliarono in due, e subito, la fanciulla ricominciò a respirare, prima un po', poi ancora un po' di più, finché finalmente si rianimò completamente. Quando i nani seppero com'era andata, dissero: "La vecchia merciaia altri non era che la tua cattiva matrigna. D'ora in poi dovrai stare più attenta, e non fare entrare più nessuno in casa quando noi non ci siamo." 
Quando la perfida regina tornò al suo palazzo, subito si presentò davanti allo specchio e chiese: 
"Specchio, specchio delle mie brame, Chi è la più bella del reame?" 
E lo specchio le rispose ancora una volta:
"Qui, nel tuo regno, regina, la più bella sei tu. Ma fuor di qui, oltre i monti e le valli, Biancaneve, a casa dei sette nani, lo è mille volte di più." 
Quando sentì dire così, le si gelò il sangue nelle vene perché capì di aver fallito. "Questa volta, penserò a qualcosa che possa distruggerti", disse. E, siccome era anche un'abile maga, creò un pettine avvelenato; poi, si camuffò in una vecchia diversa dalla precedente, e attraversò di nuovo i sette monti per ritornare alla casetta dei sette nani; bussò alla porta e vociò: "Bella merce da comprare, chi ne vuole?" 
Biancaneve guardò fuori, e disse: "Tornate da dove siete venuta. Non ho il permesso di fare entrare nessuno." 
"Ma di certo vorrete dare un'occhiata," disse la vecchia strega, mostrandole il pettine avvelenato. Alla fanciulla piacque tanto che si lasciò ingannare, e aprì la porta. Dopo essersi accordate sul prezzo, la vecchia disse: "Adesso lasciate che vi pettini per bene i capelli." Aveva appena infilato il pettine tra le chiome di Biancaneve, che il veleno fece effetto, e la ragazza svenì. 
"Ora sei finita, portento di bellezza!" esclamò la regina, e così dicendo, fuggì via. Fortunatamente, era quasi l'ora del ritorno a casa dei nani, e quando essi videro la fanciulla che giaceva a terra come morta, sospettarono subito della regina. Esaminarono attentamente il corpo di Biancaneve, e trovarono il pettine avvelenato: glielo sfilarono, e subito la fanciulla rinvenne e raccontò dell'accaduto. Ancora una volta i nani la raccomandarono di stare in guardia e di non aprire a nessuno per nessun motivo. 
Quando la regina fu di ritorno, si mise davanti allo specchio e disse: 
"Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?" 
E lo specchio rispose:
"Qui, nel tuo regno, regina, la più bella sei tu. Ma fuor di qui, oltre i monti e le valli, Biancaneve, a casa dei sette nani, lo è mille volte di più." 
Quando la regina ebbe udito quelle parole, tremò di rabbia ed esclamò: "Biancaneve morirà, dovesse costarmi la vita!" Poi, si recò nella sua stanza segreta, dove nessuno poteva entrare, e creò una mela adulterata con un veleno estremamente potente; dall'esterno, sembrava una comune e bellissima mela, bianca, con i lati rossi, così bella che invogliava chiunque a mangiarla, ma anche un solo morso avrebbe causato morte certa. Poi, dopo che si ebbe truccato il viso, si travestì da contadina, ed attraversò i sette monti per arrivare alla casa dei sette nani. 
Bussò alla porta. 
Biancaneve si affacciò dalla finestra e disse: "Non posso lasciar entrare nessuno. I nani me lo hanno proibito." 
"Non importa," rispose, "Posso ugualmente vendere le mie mele. Guarda, te ne darò una." 
"No," disse Biancaneve, "non posso accettare niente." 
"Hai forse paura che sia avvelenata?" avanzò la contadina, "guarda, taglierò la mela in due. Tu mangerai la metà rossa, ed io la bianca.". 
Dovete sapere che la mela era fatta così sapientemente, che il veleno stava tutto dalla parte rossa; Biancaneve sgranò tanto d'occhi alla vista di quella bella mela, e quando vide che la contadina ne mangiava una metà, non seppe più resistere, e allungò la mano per afferrare la parte a lei destinata, che era avvelenata, e, nello stesso istante in cui dette un morso, cadde a terra morta. 
La regina la guardò trionfante, e proruppe in una risata fragorosa: "Bianca come la neve, rossa come il sangue, bruna come l'ebano! Questa volta i nani non potranno fare niente per salvarti!" 
Così, tornata a casa, domandò allo specchio:
"Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?"
E finalmente, lo specchio rispose:
"Del tuo regno, regina, la più bella sei tu."
Ed ecco che il suo cuore invidioso ebbe pace, per quanto un cuore invidioso possa trovarne...

...continua domani sera...
Buonanotte e Sogni d'Oro!

lunedì 11 febbraio 2013

Biancaneve e i Sette Nani - 1° Notte

Biancaneve e i Sette Nani
Illustrazione tratta da
"Biancaneve E IL PRINCIPE AZZURRO
ed altre celebri FIABE"
Tipografia Editoriale Lucchi, 1958
C'era una volta, nel pieno dell'inverno, quando soffici fiocchi di neve cadevano come piume dal cielo, una regina che cuciva seduta presso una finestra dalla cornice nera di legno d'ebano. Mentre cuciva, guardava la neve e si punse un dito con l'ago; così, tre gocce di sangue caddero sulla neve, e, il rosso sul bianco risultò così bello ch'ella pensò:
'Ah, se solo avessi una bambina bianca come la neve, rossa come il sangue, e bruna come l'ebano di questa finestra!'
Poco tempo dopo, le nacque una figlia che era bianca come la neve, rossa come il sangue, e bruna come l'ebano, così, la chiamarono la loro Piccola Biancaneve. Purtroppo, la regina morì durante il parto.
Un anno dopo, il Re riprese moglie; sposò una bella donna, ma altrettanto arrogante e orgogliosa, la quale, non poteva sopportare che un'altra donna la superasse in bellezza. Ella aveva uno specchio magico, e ogni mattina vi si specchiava, e diceva:
"Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?" 
E lo specchio rispondeva:
"Del tuo regno, regina, la più bella sei tu." 
E ciò la soddisfaceva, perché sapeva che lo specchio non mentiva. Ma Biancaneve crebbe e diventò assai più bella. Quando ebbe appena sette anni era bella come la luce del giorno, e molto più bella della regina. Un giorno, quest'ultima chiese allo specchio:
"Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?" 
E quello rispose:
"Grande è la tua beltà, oh mia regina, ma ormai, del tuo regno la più bella non sei più tu,
ma Biancaneve, che lo è mille volte di più." 
A sentir queste parole, la regina si spaventò e divenne gialla e verde dall'invidia, e da quel momento, ogni volta che incontrava Biancaneve, il suo cuore si infiammava di rabbia, tanto fu l'odio che provò da quel giorno.
Orgoglio ed invidia crebbero sempre di più, come una gramigna nel cuore, finché non trovò più pace, né giorno, né notte. Allora, mandò a chiamare un cacciatore e gli disse: "Prendi Biancaneve e portala nella foresta, perché non voglio mai più rivederla. Uccidila, e come prova della sua morte, dovrai portarmi il suo fegato e i suoi polmoni." Il cacciatore ubbidì e condusse Biancaneve nella foresta; a un certo punto, estrasse dalla vita il suo coltello e fu sul punto di pugnalarla, quand'ella scoppiò a piangere, e disse: "Oh, caro cacciatore, lasciami vivere. Fuggirò via nei boschi e non tornerò più." E siccome era tanto bella, il cacciatore ebbe pietà di lei e disse: "Va', scappa via, povera bambina." E pensò che le bestie feroci l'avrebbero presto divorata, eppure, si sentì sollevato per averla lasciata andare, poiché non avrebbe avuto il coraggio di ucciderla. In quel momento, passò di lì un giovane cinghiale; il cacciatore lo ammazzò, gli tagliò dalle viscere il fegato e i polmoni, e li portò alla regina come prova della morte di Biancaneve. Il cuoco ebbe l'ordine di bollirli con il sale, e la perfida donna li mangiò, convinta di mangiare i polmoni e il fegato di Biancaneve.
Nel frattempo, la povera piccina rimase sola nel fitto della grande foresta, ed ebbe così paura che si guardava intorno smarrita, non sapendo cosa fare; poi cominciò a correre, e corse fra le spine e contro le pietre aguzze. Anche gli animali selvatici le saltarono addosso, ma non le fecero alcun male. Allora corse più forte che poteva, e appena prima che facesse buio, vide una casetta e vi si rifugiò per riposare.
Dentro la casetta tutto era molto piccolo, ma così pulito e ordinato che nessuno avrebbe potuto fare di meglio. C'era una tovaglia su un tavolo apparecchiato per sette persone, con sette piattini, e in ogni piatto c'era un cucchiaio, e sette coltelli e sette forchettine, e altrettante tazzine. Contro la parete c'erano sette lettini, tutti messi in fila e coperti da lenzuola bianche come la neve. Essendo affamata e assetata, Biancaneve mangiò un po' di verdura e del pane da ogni piatto; e da ogni tazza bevve una goccia di vino. Dopo aver cenato, si sentì così stanca, che si sdraiò su uno dei letti; ma su nessuno si sentì comoda: uno era troppo lungo, l'altro troppo corto, finché alla fine il settimo fu di suo gradimento. Rimase coricata, affidandosi a Dio, e lì si addormentò. A notte fonda, i padroni di casa ritornarono: erano sette nani che picconavano la roccia per estrarre le pietre preziose dalle montagne. Accesero le loro sette candele, e, appena la casa fu tutta illuminata, videro che qualcuno era stato lì, poiché c'era disordine dappertutto.
Il primo disse: "Chi si è seduto sulla mia seggiolina?"
Il secondo: "Chi ha mangiato dal mio piattino?"
Il terzo: "Chi ha mangiato il mio panino?"
Il quarto: "Chi ha mangiato la mia verdurina?"
Il quinto: "Chi ha usato la mia forchettina?"
Il sesto: "Chi ha tagliato con il mio coltellino?"
E il settimo: "Chi ha bevuto dalla mia tazzina?"
Poi il primo vide che c'era una piccola impronta sul suo letto, e disse: "Chi si è sdraiato sul mio lettino?" Allora anche gli altri si fecero avanti, e dissero: "Qualcuno si è sdraiato anche sul mio!" Ma il settimo vide Biancaneve che dormiva, allora tutti i nani corsero a vedere, e rimasero a bocca aperta dallo stupore; presero le sette candele ed illuminarono il viso di Biancaneve. "Oh cielo, oh cielo!" esclamarono. "Che bella bambina!" Furono così felici, che non vollero svegliarla, ma la lasciarono dormire in quel lettino; il settimo nano dovette dormire con i suoi compagni, passando ogni ora da un letto all'altro, finché fu giorno. Il mattino seguente Biancaneve si svegliò, e si spaventò alla vista dei sette nani, ma essi si dimostrarono amichevoli, e le chiesero come si chiamava. "Biancaneve" rispose; "Come sei arrivata a casa nostra?" vollero sapere i nani: allora ella spiegò che la sua matrigna aveva tentato di ucciderla per mano di un cacciatore, il quale, per fortuna, l'aveva risparmiata, e raccontò come aveva poi vagato tutto il giorno nella foresta, finché aveva trovato la capanna. Dissero i nani: "Se accetti di tenere in ordine la casa, di cucinare, rifare i letti, lavare, cucire e ricamare, e tenere tutto in ordine e pulito, allora potrai restare qui con noi e noi provvederemo a te."
"Lo faccio con tutto il cuore." rispose Biancaneve.
E così, rimase a vivere con i sette nani...

...continua domani sera...
Buonanotte e Sogni d'Oro!

(testo tratto da http://www.paroledautore.net/)

E' colpa mia!

Lo ammetto: è colpa mia! Non mi sono fatta valere e non ho sbattuto in faccia alla gente con aria da strafottenza i miei titoli e le mie cap...