sabato 16 febbraio 2013

La favola di Psiche - 3° Notte

Frattanto la coppia delle sorelle, tra loro unite da un patto, senza neppure vedere il padre e la madre, sbarca dalla nave e di corsa si precipita per la via più breve alla rupe in questione; e qui esse non attendono neppure che il vento le porti a destinazione, ma addirittura con sfrenata temerità si lanciano nel vuoto. Zefiro, che ricordava bene l’ordine del suo signore, pur a malincuore le accolse nel grembo della brezza che spirava nel cielo, e le depose poi sul terreno.
Esse, senza indugio, si avviano a rapidi passi, entrano nel palazzo e abbracciano la loro preda. E, coprendo col falso nome di sorelle e con la letizia del volto lo scrigno di frodi che è sepolto nel loro cuore, così l’accarezzano con frasi d’adulazione:
"O Psiche, tu non sei più la fanciulla di prima: sei già una madre. Non sai quanto bene ci rechi con questa tua piccola rotondità! Quanta gioia donerai a tutta la nostra famiglia! Immagina la nostra contentezza, quando potremo allevare questo fanciullo meraviglioso. Egli, se eguaglierà, come è da attendersi, la bellezza dei genitori, sarà alla sua nascita un secondo Cupido".
Così, fingendo di esserle affezionate, un po’ alla volta prendono piede nell’animo della sorella. Subito Psiche offre da sedere, fa preparare il caldo lavacro d’un bagno, perché possano ristorare le loro forze stanche per il viaggio, e fa imbandire riccamente la tavola con vivande e intingoli raffinati e straordinari. Dà ordine che la cetra elevi la sua voce, e le corde vibrano; che i flauti echeggino, e si innalza la loro melodia; che i cori cantino, e si odono canzoni corali. Così, senza che appaia nessuno, soavissimi concenti empiono di dolcezza l’animo degli uditori.
Eppure, la smania perversa delle due femmine infami non si calmò neppure all’udire quelle canzoni dolci come il miele; ma esse dirigono il discorso verso l’insidioso tranello che hanno ordito, e ipocritamente cominciano a domandarle chi sia il marito, dove sia nato e da qual ambiente provenga.
A questo punto Psiche, troppo ingenua, non si ricorda più delle sue precedenti risposte, ma inventa una nuova storia, e cioè che suo marito è originario d’una provincia vicina, che è un banchiere fornito di grandi capitali, che si avvicina già alla mezza età, che ha i capelli radi e brizzolati. Poi, senza soffermarsi troppo sul discorso, di nuovo riempie le sorelle di splendidi doni, e le affida al vento che le riporti indietro.
Mentre esse, levate in alto da Zefiro col suo placido soffio, tornano a casa, così parlottano tra loro. E l’una fa: "Che dire, sorella mia, delle enormi bugie di quella svergognata? Una volta è un giovanotto che si adorna la barba da poco fioritagli sul volto, un’altra volta è un uomo di mezza età con i capelli bianchi come la neve. Chi è, dunque, costui a cui, in men che non si dica, d’improvviso, la vecchiaia ha dato una nuova forma? Sorella mia, non c’è altra spiegazione! Codesta disgraziatissima donna o fabbrica bugie o non conosce com’è fatto il marito; ma, qualunque sia la verità, noi dobbiamo al più presto farla scacciar fuori da tutta questa magnificenza. Se poi ignora veramente il volto di suo marito, di certo il motivo è che ha sposato un Dio; per cui, ora che è gravida, porta un Dio nel seno. Per conto mio, se si spanderà la fama che costei è madre di un divino fanciullo (il ciel non voglia), immediatamente mi impiccherò a un nodo scorsoio. Perciò, torniamocene per ora dai nostri genitori e tessiamo un’insidia che vada d’accordo con quanto dicemmo all’inizio".
In tal maniera, ardenti di gelosia, salutano appena i loro genitori; e dopo una notte passata nel fastidio dell’insonnia, si precipitano alla rupe, da dove, col solito aiuto del vento, scendono giù a volo. Stringendo le palpebre, si costringono a versar lacrime e rivolgono alla giovane questo scaltro discorso:
"Tu sei felice, è certo: nell’ignoranza della tua grande sciagura, te ne vivi beata e non prevedi il pericolo che ti minaccia; ma noi, che vegliamo giorno e notte sulla tua felicità, ci tormentiamo per le tue disgrazie. Lo abbiamo infatti appreso da fonte sicura e non possiamo, noi che naturalmente ci sentiamo partecipi del tuo doloroso caso, nasconderti il fatto: un gigantesco serpente dalle molteplici spire, che trasuda veleno mortale dal collo e spalanca la gola profonda, riposa, senza che tu te n’accorga, tutte le notti al tuo fianco: ricordati di quell’oracolo Pitico che ti proclamava destinata a nozze con un orribile animale. Molti contadini e abitanti dei dintorni lo hanno visto ritornare la sera dalla sua pastura e traversare a nuoto le acque del vicino fiume.
Tutti sono del parere che esso non ti riempirà a lungo con quei cibi che ti offre per tenerti buona, ma che appena, al termine della gravidanza, il tuo seno sarà maturo per il parto, allora ti divorerà, quando sarai carica di un frutto più pingue. Ora tu devi decidere se vuoi dar retta alle tue sorelle, che sono in ansia e hanno cara la tua vita, e, evitando la morte, vivere assieme a noi al sicuro da ogni pericolo, oppure lasciarti seppellire nelle viscere di un ferocissimo animale. Potrebbe anche darsi che tu ti compiacessi di questa campagna deserta, abitata da voci, o che provassi gusto nell’amore clandestino d’un velenoso serpente con le sue schifose e pericolose intimità; ma noi, da sorelle affettuose come siamo, avremo compiuto il nostro dovere."
Allora la povera Psiche, nella tenera semplicità dell’animo suo, cade in preda allo spavento, dinanzi a così spiacevoli notizie. Non è più padrona della propria mente, perde ogni ricordo delle avvertenze del marito e delle promesse da lei fatte, e si lascia cadere nell’abisso della sciagura. Trema tutta, e livida in volto, come priva di sangue, con la bocca semiaperta, interrompendosi ogni tre parole, mormora con voce fioca:
"Voi, sorelle carissime, adempite per l’appunto, com’era giusto, quel dovere che vi impone l’affetto; ma anche quelli che vi hanno informato mi pare che dicano la verità. In effetti, io non ho mai visto il volto del mio uomo, e neppure so da qual terra egli venga; ma devo sopportare un marito che mi parla solo di notte e bisbigliando, di cui non conosco la condizione, e che è assolutamente nemico della luce del sole. Con ragione voi affermate che è una fiera, ed io sono pienamente d’accordo con voi: egli, infatti, in ogni maniera cerca di spaventarmi affinché io non lo guardi, e mi minaccia un’atroce punizione, se avrò la curiosità di vedere il suo volto. Ora, se voi potete recare un valido soccorso alla sorella vostra che si trova in pericolo, fatelo senza indugio. Altrimenti, la noncuranza guasterebbe in seguito i benefici che mi avete recato con il vostro zelo previdente."
A questo punto le due scellerate donne trovano ormai aperta la porta per penetrare senza ostacolo nell’animo della sorella. E, levata ogni mascheratura alla macchina dell’inganno, snudano la spada della furberia e, profittando dello sgomento dell’ingenua giovane, ne irretiscono l’animo.
Così conclude la seconda sorella:
"Poiché il vincolo della comune origine ci induce, pur di salvarti, a non badare a rischi o pericoli, ti indicheremo la via, la sola che, secondo noi, dopo lunghe e mature riflessioni, conduca alla salvezza. Prendi un rasoio taglientissimo e, dopo d’averlo ben affilato ripassandolo sul palmo della mano, nascondilo furtivamente nel letto dalla parte dove hai l’abitudine di dormire. Riempi poi d’olio una lucerna che dia una luce chiara, e riponila in un pentolino col coperchio ben chiuso; ma tutti questi preparativi stai attenta a dissimularli nel più gran segreto. Il serpente, trascinandosi con la sua sinuosa andatura, salirà sul letto al solito posto, vi si stenderà e, schiacciato sotto il fardello del primo sonno, comincerà a dormire, respirando profondamente. Allora tu lasciati scivolare giù dal letto; scalza, in punta di piedi, accostati cautamente ed estrai la lucerna rinchiusa nelle tenebre della sua cieca prigione. Prendi poi a consigliera la luce, e cogli il momento favorevole alla tua coraggiosa impresa: con l’arma a doppio taglio che tu sai, dopo aver ben levato in alto la destra, vibra audacemente un colpo deciso e taglia al nefasto serpente il nodo che unisce il capo alla nuca. Il nostro aiuto non ti mancherà: noi staremo sollecitamente all’erta, e quando tu, uccidendo lui, avrai assicurato a te la vita, verremo qui di volata. Ti aiuteremo allora a portar subito via tutte codeste ricchezze e cercheremo per te, che sei una creatura umana, uno sposo conforme ai tuoi voti, un uomo anche lui."
Così, dopo avere appiccato l’incendio con le loro parole nel cuore della sorella, la lasciano già tutta sconvolta. Esse, invece, temendo non poco persino il trovarsi vicino a così grave delitto, si fanno deporre sulla rupe dal solito soffio sulle ali del vento. Di qui fuggono velocemente, s’imbarcano sulle navi e si allontanano. Ma Psiche, rimasta sola (e sola non è, se si considerano le Furie nemiche che la tormentano), nella sua angoscia è sconvolta come le onde che ribollono nel mare. Benché la risoluzione sia presa e l’animo fermamente deciso, tuttavia ancora adesso che sta per porre mano al delitto, ella esita, vacilla e si lascia trascinare qua e là dalle varie passioni che le ispira la sua disgrazia. A volta a volta decide e rimanda, ha coraggio e paura, si abbandona alla sfiducia e all’ira; e in conclusione, nel medesimo corpo, ha ribrezzo dell’animale, ma ama il marito. Finalmente, al cader del sole, sul far della notte, in fretta e furia esegue i preparativi del nefando delitto. Viene la notte, lo sposo giunge e, dopo aver sostenuto una prima prova nelle lotte di Venere, cade in un sonno profondo.
Allora Psiche, che per natura era debole d’animo e di corpo, si sente riavere, poiché il destino crudele la provvede di nuovo vigore. Scopre dunque la lucerna e afferra il rasoio, e la debolezza del suo sesso si muta in audacia.
Ma appena la luce si offerse a rischiarare l’intimità del letto nuziale, essa vede la più tenera e la più dolce di tutte le belve: proprio Cupido in persona, il leggiadro Dio, che leggiadramente riposava. Solo al vederlo, persino il chiarore della lucerna brillò più forte per la gioia e il rasoio provò rammarico per il filo sacrilego della sua lama. Ma Psiche rimase invece atterrita, alla vista del prodigio; fuori di sé, tutta pallida, stette per venir meno, e tremando si lasciò cadere giù sulle ginocchia. Volle nascondere il rasoio (ma intendiamoci, nel proprio petto!) e l’avrebbe fatto di certo se il ferro, per il timore di un tal misfatto, non fosse scivolato e sfuggito giù dalle mani dell’imprudente. E se prima ella era stanca e spossata da morire, ora, contemplando senza mai saziarsi la bellezza del volto divino, si sentiva riavere. Ella mira il biondo capo e l’abbondanza dei capelli umidi d’ambrosia; sul collo bianco come il latte e sulle guance rosate ella vede le ciocche dei capelli distribuirsi ed allacciarsi graziosamente, in modo che le une coprono la fronte e le altre la nuca, facendo impallidire, con lo splendore lucente che irraggiavano, persino il chiarore della lucerna. Sugli omeri dell’alato Dio le bianche ali brillavano come fiori luccicanti di rugiada e, sebbene giacessero in stato di riposo, le loro piume molli e delicate palpitavano tremule con capricciosa irrequietezza. E tutto il resto del corpo era liscio e splendente, e tale, insomma, che Venere può ben vantarsi d’essergli madre. Al piedi del letto erano stesi l’arco, la faretra e le frecce, armi propiziatrici del possente Dio.
Psiche, curiosa com’è, non è mai sazia di esaminare e di maneggiare questi oggetti. E mentre ammira le armi dello sposo, toglie dalla faretra una freccia e col dito pollice va provando la punta; senonché, col premere troppo il dito che ancora tremava, si punse profondamente, sicché alcune goccioline del suo roseo sangue stillarono sull’epidermide. Così Psiche, ignara, spontaneamente cadde nell’amorosa rete di Amore.
Poi, siccome sempre più ardeva di desiderio per Cupido, china su di lui lo contemplava perduta in estasi, e sua unica preoccupazione, nel dargli in fretta i suoi baci avidi e appassionati, era che si destasse. Ma mentre nel turbamento di una felicità così grande la sua mente vacilla per la ferita d’amore, la lucerna, sia che ve la spingesse una malvagia perfidia o una colpevole gelosia, sia che anch’essa bramasse di toccare e baciare quasi un tal corpo, lasciò cadere dalla sua fiamma lucente una stilla d’olio bollente sopra la spalla destra del Dio.
Ahimè! Audace e sfrontata lucerna, vile ancella dell’amore! Tu vorresti bruciare colui che è proprio il Dio d’ogni fuoco, quando sai bene che proprio un qualche amante ti ha scoperto per primo, per godere più a lungo, anche di notte, dell’oggetto del suo desiderio.
Sentendosi scottare, il Dio balzò in piedi e vide la sua fede tradita e oltraggiata. Immediatamente volò via, senza dire una parola, sottraendosi ai baci e agli abbracci dell’infelicissima consorte.
Ma Psiche, mentre egli si alzava, era riuscita ad afferrarsi con ambo le mani alla gamba destra del Dio. Divenuta una miserevole appendice, nell’aerea ascensione accompagnò penzoloni lo sposo per la regione delle nuvole, sinché sfinita ricadde al suolo. Però l’amante divino non l’abbandonò giacente sul terreno, ma volò sopra il cipresso più vicino, e lì, dalla vetta, profondamente turbato, le rivolse la parola:
"Proprio io, o troppo ingenua Psiche, ho trascurato gli ordini di mia madre Venere. Io avevo ricevuto il comando di farti innamorare di un uomo vilissimo e di condannarti a un umilissimo matrimonio, e invece proprio io sono volato da te in veste di amante. Ho peccato di leggerezza, lo so; il famoso arciere si è da sé stesso colpito, col suo stesso arco. E ti ho fatto mia sposa perché tu credessi che io fossi una belva e ti sentissi in dovere di tagliarmi il capo! Eppure, esso reca questi occhi che ti adorano! Eran questi i pericoli da cui spesso ti consigliavo di guardarti, questi i miei benevoli avvertimenti... Ma le esimie tue consigliere ben presto mi pagheranno il fio del loro nefasto insegnamento; in quanto a te, bastevole punizione, sarà lo starti lontano."
E mentre finiva di parlare, si alzò a volo verso il cielo.
Ma Psiche, prostrata a terra, seguì con l’occhio, sin dove arrivò con la vista, il volo dello sposo, e intanto si affliggeva con i più straziati lamenti. E quando lo sposo, portato via dal battito delle sue ali, si fu sottratto per la distanza al suo sguardo, Psiche corse a gettarsi giù a capofitto per la riva del vicino fiume. Ma il fiume, pietoso (e per rendere omaggio, certo, al Dio che suole appiccar l’incendio anche alle acque) temendo per se stesso si affrettò a trarla in salvo attraverso i suoi gorghi e la depose sulla riva smaltata d’erbe e di fiori.
In quell’istante, Pan, il Dio dei campi, casualmente sedeva sull’orlo del fiume e abbracciava Eco, la ninfa dei monti: voleva insegnarle a cantare le canzoncine più svariate; mentre, vicino alla riva, le capre, intente al pascolo, saltellavano qua e là e brucavano le erbe che orlavano la corrente. Quel Dio che somiglia a un caprone chiama benignamente Psiche, disfatta dall’angoscia (egli del resto sapeva la disgrazia toccatale), e così cerca di calmarla, parlandole dolcemente:
"Vezzosa ragazza, io sono un Dio che s’intende solo di campi e di pecore, ma grazie alla mia età avanzata ho il vantaggio d’una lunga esperienza. Ora, se colgo nel giusto (e questa facoltà i veramente esperti la chiamano divinazione), dalla tua andatura incerta, dai tuoi passi spesso vacillanti, dal livido pallore della tua figura, dai continui sospiri e soprattutto da quei tuoi occhi cerchiati d’affanno, mi pare che tu ti tormenti per un amore disperato. Ascoltami, dunque, e rinunzia a porre fine ai tuoi giorni, gettandoti nuovamente in un precipizio, oppure ricorrendo a qualche altro genere di morte; smetti di piangere e di rattristarti, e piuttosto volgiti a Cupido e prega lui che è il più forte degli Dei. Siccome è un giovane schizzinoso e superbo, farai bene a sollecitare con omaggi e con lusinghe la sua simpatia."
Così parlò il Dio dei campi, e Psiche non rispose, ma si limitò a fare atto di adorazione verso il nume salutare e riprese il suo cammino. Dopo che ebbe errato tanto che si reggeva in piedi a fatica, seguendo un sentiero, giunse, senza saperlo, in una città in cui regnava il marito d’una delle sorelle. Quando Psiche ne fu informata, fece annunziare alla sorella il suo arrivo; appena introdotta, le due si abbracciano tra loro e si scambiano i saluti, poi la sorella le domanda il motivo della sua venuta, e Psiche così risponde:
"Ti ricordi del consiglio che mi avete dato? Mi persuadeste a uccidere con un rasoio a doppio filo la belva che, sotto le mentite spoglie di marito, giaceva la notte al mio fianco, prima che mi divorasse, me poverina, con la sua bramosa gola. Il consiglio mi piacque assai. Ma appena, con la complicità del lume, conobbi il volto suo, mi apparve un meraviglioso e davvero divino spettacolo: proprio il figlio della Dea Venere, Cupido in persona, ti dico, che tranquillamente dormiva. Fui commossa alla vista d’un bene così grande e sconvolta dall’eccesso del piacere, al punto di non riuscire ad accogliere completamente la mia gioia. Ma ecco che, per un infausto accidente, dalla lucerna sprizzò una goccia d’olio bollente sulla spalla del Dio. Egli subito si destò per il dolore, mi vide armata col ferro e col fuoco, ed esclamò: ‘Tu dunque stavi per compiere un delitto così efferato! In compenso vattene subito via dal mio letto e prenditi le cose tue. Io per conto mio voglio unirmi in matrimonio con tua sorella,’ e pronunciò il tuo nome di nascita, ‘secondo il rito religioso’. Dopo di che, subito ordinò a Zefiro di scacciarmi col suo soffio fuori dal recinto del suo palazzo."
Psiche non aveva ancora finito di parlare, che già la sorella era caduta preda degli aculei di un folle capriccio e d’una colpevole gelosia. Tosto spaccia al marito una bugia ben inventata lì per lì, che cioè aveva ricevuto la notizia della morte dei genitori, s’imbarca e si affretta ad andare alla rupe che sapete. Qui, benché il vento che soffiava fosse un altro, ella, nella cieca speranza di soddisfare il suo desiderio, esclamò:
"Amore, prendimi! Io sono una moglie degna di te! E tu, Zefiro, accogli la tua signora."
Così dicendo, compie un gran salto nel vuoto. Ma nemmeno da morta poté giungere nel luogo sperato: il suo corpo, infatti, si sfracellò, rimbalzando sulle rocce: così ella morì proprio nella maniera che meritava, e le sue carni, fatte a brani, offrirono un comodo pasto alle belve e agli uccelli da preda.
Il meritato castigo non tardò a raggiungere anche l’altra sorella. Infatti Psiche, nel suo errar senza meta, di nuovo giunse a un’altra città, nella quale dimorava in egual maniera l’altra sorella. Non diversamente dal la prima, anch'essa cadde nell'inganno di Psiche: e bramosa com'era di soppiantare la sorella e di celebrare empie nozze, si affrettò a correre sulla rupe, e ivi incontrò la morte.
Frattanto, mentre Psiche si aggirava sulla terra in ansiosa ricerca di Amore, il Dio, cui ancora bruciava la scottatura della lucerna, giaceva tra i gemiti nel letto stesso di sua madre.
Allora l’uccello dalle candide piume, il gabbiano, che vola con le sue ali rasente i flutti marini, rapido si immerse nel profondo grembo dell’Oceano. Qui si fermò vicino a Venere, proprio mentre ella si bagnava e nuotava, per informarla dell’accaduto. Il figlio suo, disse, s’era bruciato, ed ora si lamentava per il dolore di una grave ferita e giaceva a letto in gravi condizioni. Aggiunse che dappertutto, sulle bocche della gente, correvano chiacchiere e rimproveri di vario genere che erano indirizzati a tutta quanta la famiglia di Venere.
"Tutti si lagnano", esclamò, "perché tuo figlio se n’è andato a fare il libertino in montagna e tu ai bagni di mare. Di conseguenza, non esiste più né voluttà né grazia né garbo, ma ovunque trionfano la rozzezza, la grossolanità e la selvatichezza. Sono spariti l’amore coniugale, la comunanza tra gli amici, l’affetto per i figli; sono subentrati il sovvertimento d’ogni giusta regola e un molesto fastidio che porta a disprezzare ogni vincolo sociale."
Quell'uccello loquace e pettegolo rifischiava queste notizie alle orecchie di Venere e lacerava la reputazione del suo figliolo. Venere allora, con gran cruccio, esclamò:
"Dunque, quel bel tipo di mio figlio ha già un’amante? Suvvia, poiché tu solo mi servi con fedeltà, dimmi tu il nome di colei che ha sedotto un fanciullo così ingenuo e innocente. Voglio saperlo, sia che appartenga alla stirpe delle Ninfe o al corteo delle Ore o al coro delle Muse, oppure anche al seguito delle mie ancelle, le Grazie".
Non tacque, l’uccello ciarliero, ma disse:
"Non so con sicurezza, o mia signora, ma credo che la ragazza, se ben mi ricordo, si chiami Psiche. Dicono che egli ne sia profondamente innamorato."
Fu così tanto, allora, lo sdegno di Venere, che ella gridò con violenza:
"Davvero egli ama Psiche, la mia rivale in bellezza, l’usurpatrice del nome mio? Non ci sarebbe da meravigliarsi se quel mio rampollo mi giudicasse una mezzana: non crederà mica che gliel'abbia indicata per fargliela conoscere!"
Così strillando, in fretta ella scese fuori dal mare e si precipitò nella sua aurea stanza da letto, dove trovò, come aveva udito, il figlio a letto ammalato. Le sue urla risuonavano dinanzi alla porta già prima ch'ella entrasse:
"Hai compiuto una bella impresa! Proprio conveniente alla nostra famiglia e al tuo senno! Non solo hai calpestato gli ordini di tua madre (che dico! di colei che è la tua signora) ma anche, invece di ispirare alla mia nemica il tormento di un amore vilissimo, tu, un ragazzo così giovane, ti sei invischiato in un’unione che è dissoluta e sproporzionata alla tua età. O forse credevi che avrei tollerato una nuora che mi odia? O ritieni, fannullone, seduttore da strapazzo, ragazzaccio odioso, che tu solo sei capace di far razza e che io per l’età non posso più aver figli? Sappi dunque che io darò alla luce un altro figlio molto migliore di te. Anzi, perché tu senta maggiore scorno, adotterò qualcuno dei miei schiavetti di casa e gli donerò ali, fiamme, arco, le frecce anche, e tutto il repertorio che mi appartiene e che io ti avevo affidato non certo per questo uso. Infatti, in questo tuo corredo non v’è niente che provenga dai beni di tuo padre.
Il fatto è che sei stato male abituato sin dall'infanzia, che hai le unghie aguzze, che senza rispetto alcuno hai battuto tante volte i più vecchi di te. Persino tua madre, me stessa ti dico, la derubi ogni giorno, sacrilego ragazzo. Non solo, ma più volte m’hai percossa, e comunque mi disprezzi come se fossi una derelitta, e non hai paura neppure del tuo patrigno, quel grande e forte guerriero. E come no? Sei arrivato al punto di provvederlo più volte di ragazze, per tormentare me che sono la sua amante. Ma io farò in modo che tu ti penta di questi tiri e senta l’amaro gusto di codeste tue nozze.
"Eppure, ora che sono divenuta un oggetto di scherno, che posso fare? Dove andare? In che modo indurre all'obbedienza questa specie di ramarro? Dovrò chiedere aiuto alla mia nemica, la Temperanza? Ma io l’ho spesso offesa, proprio con la dissoluta condotta di questo mio figlio. Mi fa davvero ribrezzo, dover parlare con una donna rozza e trasandata; eppure, la soddisfazione che dà la vendetta non è da disprezzarsi, qualunque ne sia la provenienza. Devo proprio ricorrere a lei e a nessun’altra, poiché ella sola può infliggere una punizione seria a codesto disutilaccio. Occorre che ella gli vuoti la faretra, gli spunti le frecce, gli allenti l’arco, gli spenga la fiaccola, occorre anzi che riduca alla ragione lui stesso con i più energici rimedi. Solo allora, crederò che sia riparata l’ingiuria fattami, allorché ella gli avrà tagliato la chioma che sovente ho cosparso d’una cipria luminosa e del color dell’oro, e gli avrà spuntate le ali che ho bagnato di nettare nel mio seno."
Così parlò la Dea, e corse fuori furibonda, sprizzando una collera degna di Venere. In quell'istante  Cerere e Giunone la raggiunsero, e, vistola congestionata in volto, le chiesero perché aggrottasse le ciglia e oscurasse così l’amabile fulgore del suo sguardo. Venere rispose:
"Capitate proprio a puntino, per offrire uno sfogo alla rabbia che ho in corpo. Vi prego, rintracciatemi con ogni mezzo Psiche, quella schiava fuggiasca che se n’è volata via. Poiché voi conoscete bene lo scandalo che succede in casa mia e le imprese di colui che non posso più chiamare mio figlio."
Allora esse, che sapevano bene ciò che era accaduto, cercarono di lisciare Venere a forza di blandizie e calmarne la collera furibonda.
"Qual peccato, o signora, ha mai compiuto tuo figlio, per opporti con tanta ostinazione ai suoi piaceri? Giungi sino al punto di bramare la rovina di colei che egli ama? Qual delitto, di grazia, ha commesso, se ha sorriso volentieri a una graziosa ragazza? Non lo sai che è maschio, e giovane per giunta, o davvero ti sei dimenticata l’età che ha? Forse per il fatto che porta bene i suoi anni, credi che egli sia sempre un ragazzino? Ma tu sei madre e anche donna di senno, e dunque continuerai sempre a inquisire con tanta diligenza gli svaghi di tuo figlio? E gli apporrai a colpa la sua esuberanza, e gli farai un rimprovero dei suoi amori, e biasimerai in un figlio così bello le arti e i piaceri che sono tuoi? Gli Dei e gli uomini potranno, poi, ammettere che tu sparga ovunque sulla terra i desideri d’amore, se vieti agli Amori del tuo seguito di amare e chiudi il laboratorio ove si tiene pubblica scuola di galanteria?."
Così le due Dee cercavano di ingraziarsi Amore, benché egli non fosse presente, per paura delle sue saette, e intercedevano compiacentemente per lui. Ma Venere si seccò di veder messe in ridicolo le offese fattele, voltò le spalle e, a passi frettolosi, si avviò dall'altra parte, in direzione del mare.
...continua domani sera... 
Buonanotte e Sogni d'Oro!

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